giovedì 18 giugno 2015

Dialogo sulla globalizzazione ed altro


A causa delle avarie frequenti della piattaforma IlCannocchiale, dove - in 4 anni e 5 mesi - il mio blog Vincesko ha totalizzato 700.000 visualizzazioni, ho deciso di abbandonarla gradualmente. O, meglio, di tenermi pronto ad abbandonarla. Ripubblico qua i vecchi post a fini di archivio, alternandoli (orientativamente a gruppi di 5 al giorno) con quelli nuovi.

Post n. 334 del 12-06-13 (trasmigrato da IlCannocchiale.it)
Dialogo sulla globalizzazione ed altro


A fini di archivio e di divulgazione, riporto una discussione – che forse vale la pena di leggere tutta - tra me, il dotto Valerio_38 ed altri sul tema della globalizzazione ed altro, svoltasi nel blog di PGO su “Repubblica” in “Le carte in tav-ola” http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2011/06/28/le-carte-in-tav-ola/,  già pubblicata in parte in La globalizzazione non è un gioco equo http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760049.html oppure http://vincesko.blogspot.com/2015/05/la-globalizzazione-non-e-un-gioco-equo.html.
Cliccando sulla data, si apre il commento originale.


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@Piergiorgio Odifreddi, post del 29 giugno 2011 alle 21:13
Capisco la necessità della concisione, ma la sua risposta a perelman mi sembra francamente abborracciata.
Berlusconi è presidente del consiglio “non perché turlupina le vecchiette”? No, caro Odifreddi, al massimo Berlusconi è presidente del consiglio NON SOLO perché turlupina le vecchiette…., però lo è ANCHE PERCHE’ le vecchiette le ha turlupinate e vorrebbe tanto continuare a farlo.
Perché, caro Odifreddi, gli industriali, i commercianti e i ceti che Berlusconi può sperare di accontentare con le sue mance non sarebbero stati sufficienti a dargli la maggioranza che ha avuto. C’è stata, le statistiche lo dimostrano, una frazione notevole di elettorato popolare che, pur avendo solo da perderci, lo ha votato (e potrebbe continuare a votarlo), proprio perché turlupinata dai lustrini delle sue televisioni (e dalla presa che ha subito stretto attorno alla TV pubblica, non appena ne ha avuto il destro).
Quanto alla lega, per quanto io condivida il suo rigetto morale, penso che considerarla rappresentante di “piccoli uomini razzisti e xenofobi” non aiuti a esorcizzare un problema gigantesco. La lega strumentalizza una reazione che c’è, una reazione ideologica a cause materiali, reazione che non è frutto di preconcetti ideologici (in altre parole, anche la lega turlupina una frazione del suo elettorato).
L’immigrazione incontrollata C’E’ e ha conseguenze MATERIALI, e sono queste conseguenze materiali che consentono alla lega di fare presa con la sua agitazione “xenofoba”. E’ l’immigrazione eccessiva e incontrollata (un fenomeno materiale, che esiste) che ha suscitato una reazione istintiva di autodifesa (fenomeno ideologico) in estesi strati popolari.
Se lei sussume questa reazione nella categoria “razzismo e xenofobia” (come se fosse un atteggiamento artificiale, associato indissolubilmente a “piccoli uomini razzisti e xenofobi“, senza alcuna causa materiale sottostante) scambia le cause con gli effetti.
Per estesi ceti popolari l’immigrazione incontrollata ha comportato una pressione al ribasso sui salari e peggiori condizioni di lavoro, perché il lavoro nero (che ruota attorno all’immigrazione incontrollata, e che spesso è offerto dagli stessi piccoli imprenditori di simpatie leghiste) ha proprio questo preciso effetto materiale.
In un quadro di insicurezza generale del lavoro manuale, di precarietà delle giovani generazioni, di progressivo (e apparentemente inarrestabile) smantellamento di tutele che sembravano acquisite, sarebbe strano che questi effetti materiali non provocassero reazioni a livello ideale.
Insomma: la lega è, a suo modo, un termometro che segnala l’esistenza di profonde tensioni sociali. Bisognerebbe avere il coraggio di guardarci dentro, di scandagliarne le cause e cercare di rimuovere QUELLE cause, non illudersi di poter contrastare la propaganda xenofoba della lega rimanendo soltanto al livello simbolico/ideologico.
Per i burocrati di Bruxelles, entusiasti promotori della ortodossia neoliberale, sussumere nella categoria “razzismo e xenofobia” le reazioni popolari all’immigrazione incontrollata è un’ottima foglia di fico per mascherare il reale obbiettivo delle loro politiche: comprimere i salari (ovviamente “per rendere l’Europa più competitiva”). Ma per un intellettuale schierato a sinistra, limitarsi a suonare lo spartito di Bruxelles mi sembra un po’ riduttivo.
La lega racconta la favola che l’immigrazione incontrollata si combatte rendendo dura la vita all’immigrato. Chi si oppone alla lega, invece che impostare una battaglia puramente ideologica contro “razzismo e xenofobia”, basata sulle giaculatorie “accoglienza e multiculturalismo” (come se queste giaculatorie potessero rendere la vita meno dura agli immigrati), non farebbe meglio a porsi il problema di rendere materialmente dura la vita ai DATORI DI LAVORO che impiegano lavoro nero?
Se l’immigrazione lavora in nero è perché qualcuno quel lavoro nero lo offre, lo pretende, addirittura rifiuta di impiegare lavoratori con regolare cittadinanza italiana, perché potenzialmente in grado di “creare problemi” (poi arriva l’altra foglia di fico: “nessun italiano vuole più fare i lavori che fanno gli immigrati”).
Ma se i neoliberali nostrani (e i suoi entusiasti manutengoli, i Chiamparino e i Bonanni) sono impegnati a convincere i lavoratori Fiat che ha ragione l’aguzzino Marchionne, come potrebbero considerare disumano il lavoro nero e proporsi di combatterne le cause con leggi adeguate?

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@ Valerio_38 (11:18)
D’accordo quasi su tutto, ma equiparare Chiamparino al sedicente sindacalista (amico del filoconfindustriale Sacconi) Bonanni mi sembra francamente esagerato.

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@vincesko, post del 30 giugno 2011 alle 12:14
Forse non te ne sei accorto, ma in merito ai ricatti dell’aguzzino con maglioncino, Chiamparino ha assunto le stesse posizioni del “sedicente sindacalista (amico del filoconfindustriale Sacconi) Bonanni”, si è schierato con l’aguzzino. Che gli costava, in fondo? Sulle linee di montaggio non doveva certo andarci a lavorare lui. E dunque, vincesko, perché non ti fai qualche domanda scomoda, qualche volta? Usiamo pure il tuo linguaggio da San Vincenzo, se vuoi, ma prova, una buona volta, a rispondere a una domanda come questa: Se “la divisione oggi passa fra chi difende i ricchi (pochi) e chi difende i poveri (tanti)”, e tu ritieni che chi è di sinistra debba schierarsi dalla parte dei poveri (tanti), com’è che il tuo diletto Chiamparino (che dovrebbe condividere questa tua opzione) è così spesso schierato con i ricchi (pochi)?

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@ Valerio_38 (13:56)
1. Premetto che di ‘diletto’ non avevo neppure mio padre e mia madre, quando erano vivi (nel senso che io non faccio sconti a nessuno), figuriamoci il pragmatico compagno Chiamparino, del quale mi limito ad esaminare le scelte, talora condividendole, talaltra no.
2. Mi meraviglio che una persona dai ragionamenti sofisticati come te non veda (o non voglia vedere?) la complessità (anche se ormai è piuttosto semplice da interpretare) del mondo in cui viviamo, investito da un planetario processo di riequilibrio della produzione, della ricchezza e del benessere, con conseguenti morti e feriti nel nostro campo, che non può – se non riusciamo a correre ai ripari – non innescare una lotta darwiniana, dove un’esigua minoranza – aiutata da milioni di utili idioti, parte ben retribuita, la più parte gratis – detta le regole del gioco, in parte con motivazioni egoistiche e predatorie, ma in parte – ed è questo il punto – per far fronte alla nuove, mutate condizioni della competizione mondiale.
3. Quando a 49 anni sono stato messo, assieme ad altre migliaia di colleghi della nostra grossa azienda, in mobilità, mi sono dato da fare e, pur non avendone (quasi) nessuna attitudine, mi sono imbarcato in un’attività in proprio, e per 15 anni ho dovuto battagliare, ed è stata dura; e non mi sono messo ad imprecare contro il sistema, il destino, il mercato, la CEE, la Cina, ecc. Per cui io ora ho acquisito una mentalità poco pietosa. Anche con quelli come gli operai FIAT, alle prese con un processo di ridefinizione (= ridimensionamento) delle loro condizioni di lavoro, dettato dalla nuova situazione.
4. Chiamparino, posto di fronte alla scelta di accettare le condizioni – in parte obbligate – imposte dalla FIAT oppure vedere probabilmente delocalizzare l’azienda e perdere conseguentemente tutti i posti di lavoro (incluso l’indotto), ha scelto il male minore.
5. Sono sicuro converrai con me che il governo di questo processo non può essere al livello della FIAT, ma del governo nazionale e soprattutto UE. E’ qui che si gioca la partita, dove alcuni giocatori tendono a giocare sporco, potendo coi loro enormi mezzi decidere le regole di gioco ed influenzare le decisioni arbitrali. Ma credo che anche loro hanno capito che non possono tirare troppo la corda. Bisogna evitare di fare ammuina tra i milioni in basso e creare quella pressione indispensabile acché il gioco sia il più equo possibile.

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PS:
Prendendo spunto da un servizio appena trasmesso da Radio3-Fahreneit, riporto una lunga ed interessante intervista al propugnatore della de-globalizzazione, Walden Bello:
Walden Bello, scrittore ed accademico filippino,e’ uno dei maggiori critici della globalizzazione e delle derive finanziare del nostro mondo. L’ho incontrato alcuni mesi fa nel suo ufficio di Manila.
http://silvestromontanaro.com/post/2734067473/deglobalizzare-intervista-a-walden-bello

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PPS:
Walden Bello: de-globalizzazione, unica salvezza
http://www.libreidee.org/2009/07/walden-bello-de-globalizzazione-unica-salvezza/

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@vincesko, post del 30 giugno 2011 alle 16:38
Ottima segnalazione. Ma come fai convivere Walden Bello con la rocciosa fiducia nelle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione (e nella possibilità di governarla democraticamente) che ha pervaso, finora, i leader del PD?

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@ Valerio_38 (17:32)
Io non credo che i leader del PD (partito composito, che alberga posizioni variegate) siano ora sostenitori acritici della globalizzazione. Ho piuttosto l’impressione che prevalga il ragionamento di Romano Prodi che la considera ineluttabile e quindi ne vede soprattutto i vantaggi da cogliere, non nascondendosi certamente gli svantaggi. Il problema, come dice Walden Bello (e come sostengo anch’io da tempo, visto che ne ho conosciuto le tesi poco fa) è che è necessario un movimento di popolo dal basso (che invece finora ha costituito la massa di utili idioti a loro favore) per vincere la pretesa di 4 gatti potentissimi, ricchissimi, avidissimi e spietatissimi di decidere la “schiavizzazione” del resto dell’umanità.
Ma il popolo italiano (come gli altri popoli occidentali) non può reggere altri 15 anni (durata probabile perché la legge dei vasi comunicanti produca il livellamento dei salari e degli assetti normativi sul lavoro) in una crisi economica devastante. Già ora, come s’è visto dai risultati elettorali e referendari, c’è sia una diversa consapevolezza del problema, sia, soprattutto, un più forte e diffuso spirito di reazione.
Ciò che mi preoccupa leggendo l’intervista a Walden Bello è che egli, a differenza di ciò che penso io, è che ritiene impossibile una soluzione socialdemocratica alla globalizzazione: “Quelli che sostengono «la globalizzazione è irreversibile, dobbiamo soltanto umanizzarla» si illudono: è impossibile umanizzare la globalizzazione, dovremmo piuttosto capovolgerla.”
Intanto, in attesa dell’eventuale de-globalizzazione, un bel compito si presenta ai leader del PD e a tutti gli altri leader di sinistra europei: rendere più equi gli scambi commerciali con i Paesi emergenti; fare pressione per ottenere un miglioramento dei loro salari e condizioni di lavoro; distribuire i sacrifici da noi in modo equo. Ma bisognerà smettere la nostra abitudine all’ammuina e pungolarne e sostenerne l’azione.

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@vincesko, post del 30 giugno 2011 alle 19:22
Mi fa piacere che la lettura dell’intervista a Walden Bello ti abbia aperto gli occhi (probabilmente solo un po’, ma è sempre un passo avanti). Ma ti inviterei a riflettere più a fondo sulle conseguenze delle considerazioni che Bello fa in quella intervista.
La globalizzazione non è un fenomeno atmosferico.
Un fenomeno atmosferico ha cause che sfuggono al nostro controllo, per cui è ineluttabile e si può solo cercare di ripararsi dagli effetti (e non c’è bisogno di Prodi per saperlo).
La globalizzazione, invece, è la conseguenza di scelte politiche consapevoli, dunque ha dei padri con nome e cognome ed è troppo comodo, dopo averla scatenata, venirci a raccontare che è ineluttabile (come proclama Prodi, forse perché ne ha condiviso una qualche responsabilità, visto che ha svolto il ruolo di consulente per Goldman Sachs) e che “bisogna governarla”.
Qualche elemento per identificare gli apprendisti stregoni della globalizzazione è fornito da un interessante passo di Luciano Gallino (Finanzcapitalismo, Einaudi 2011, pagg. 69-74). Il tetso è piuttosto lungo, chiedo scusa. Un altro passo, altrettanto illuminante puoi leggerlo al termine degli interventi sul precedente post di Odifreddi.
DOV’ERANO LE REGOLE E I REGOLATORI?

Al contrario di quanto solitamente si legge, la liberalizzazione dei movimenti di capitale non è stata un’invenzione dovuta esclusivamente a economisti, banchieri e politici americani, che gli europei in subordine hanno poi subito o imitato. Una spinta autonoma in tale direzione, e di grande forza, è provenuta dall’Europa occidentale.
Meno che mai risponde a verità che le sinistre europee siano state travolte da un processo di troppo superiore alle loro capacità di resistenza. La globalizzazione finanziaria è decollata grazie a contributi fondamentali di politici e partiti che si reputavano di sinistra; il che costituisce, a posteriori, un paradosso a fronte di un processo mondiale che è stato condotto palesemente in funzione antioperaia. Però codesti precedenti spiegano anche il fascino che la mitologia neoliberale o liberista ha avuto agli occhi della «nuova sinistra» britannica, tedesca, italiana, ivi compresi non pochi già appartenenti ad auto-estintisi partiti comunisti.
Della liberalizzazione dei capitali sono stati protagonisti soprattutto alcune personalità della politica e dell’economia francesi, tra i quali ho già citato il presidente François Mitterrand, che prima era stato per dieci anni segretario del partito socialista, e il suo ministro dell’Economia e delle Finanze, poi presidente della Commissione Europea Jacques Delors, parimenti socialista. Ad essi si possono aggiungere Michel Camdessus, iperliberale nominato proprio da Mitterrand governatore della Banca di Francia (1984-87), e di lì transitato alla testa del Fondo Monetario Internazionale (1987-2000); Henri Chavranski, presidente dal 1982 al 1994 del Comitato per i movimenti di capitale e le «transazioni invisibili» dell’Ocse (espressione che pare quasi un’anticipazione della finanza ombra); Pierre Beregovoy, altro dirigente di primo piano del partito socialista convertitosi fervorosamente al liberismo, che ebbe poi modo di praticare nel ruolo sia di ministro dell’Economia e delle Finanze (1984-86, governo di Laurent Fabius; 1988-92, governo di Michel Rocard), sia come primo ministro (1992-93).
La conversione al neoliberalismo o liberismo dei massimi politici socialisti francesi venne sollecitata da una sconfitta. Fino al 1983 i francesi avevano tentato in ogni modo di ostacolare l’espatrio dei capitali nazionali all’estero, senza riuscirvi. In barba alle leggi e ai controlli vigenti, i patrons della finanza e dell’industria muovevano i capitali come e dove volevano. Tra il 1983 e il 1986 la dirigenza politica dell’Esagono mutò radicalmente di posizione: se i movimenti di capitale risultavano comunque incontrollabili, quanto invisibili, tanto valeva rendere esplicita e pienamente legalizzata la loro libertà di movimento.
Prendeva così corpo, accanto se non addirittura prima del più famoso Consenso di Washington, il Consenso di Parigi.
Dopo il 1986, si legge in un lungo saggio dedicato per intero a quest’altro consenso, «varie personalità francesi arriveranno a figurare in primo piano tra coloro che hanno reso possibile la globalizzazione come la conosciamo oggi… Non sono gli Stati Uniti che hanno condotto la battaglia per istituzionalizzare le regole e gli obblighi di un mercato finanziario liberale … I francesi non vi sono stati forzati dagli Usa; sono essi che hanno preso la testa del movimento»”.
La Germania e il Cancelliere Helmut Kohl furono sin dall’inizio i loro migliori alleati; la Commissione Europea guidata dal socialista Delors si adoperò con successo per coinvolgere nella liberalizzazione l’Italia, la Spagna e altri paesi.
Negli Stati Uniti la battaglia per liberalizzare i movimenti di capitale, adducendo in molti casi proprio l’esempio battistrada dell’Europa, ha preso soprattutto forma di smantellamento della legislazione che durante i primi due mandati presidenziali di Franklin D. Roosevelt (1932-1940) era stata introdotta per impedire alle banche e altre istituzioni finanziarie di operare con finalità speculative, largamente eccedenti la loro funzione primaria di sostegno dell’economia reale.
Il testo più importante di tale legislazione è stata la seconda legge Glass-Steagall, approvata nel giugno 1933 (una prima legge del 1932, proposta dagli stessi deputati, non ha lasciato molte tracce). La nuova legge vietava anzitutto alle banche commerciali di operare allo stesso tempo come banche di investimento; il pericolo essendo, quando le due attività fanno capo a una medesima società, che i depositi, garantiti dal governo, vengano utilizzati per operazioni ad alto rischio, le cui eventuali perdite non hanno alcun diritto a essere rimborsate a spese del contribuente. Inoltre diversi articoli della legge, insieme con altri testi legislativi cui rinviava, oppure emanati in seguito per completarla, vietavano di collocare fuori bilancio sia attivi che passivi; ostacolavano gli scambi di derivati al di fuori delle borse a fini speculativi; ponevano un freno all’ingigantimento degli enti finanziari mediante fusioni e acquisizioni. In altre parole la legislazione introdotta dal Congresso dopo la crisi del ‘29 impediva alle istituzioni finanziarie di compiere quasi tutti quei generi di operazioni che erano state all’origine della crisi di allora e lo sono state, su un piano ancora più ampio, di quella attuale.
Dopo anni di pressioni e di lobbying da parte delle grandi banche e compagnie di assicurazione, comprendenti anche il versamento di centinaia di milioni di dollari a favore delle campagne elettorali di politici sia repubblicani che democratici, oltre a numerosi interventi legislativi ad hoc che l’avevano ormai drasticamente depotenziata, la legge Glass-Steagall fu ufficialmente abolita nel novembre 1999. Strumento operativo della sua soppressione fu il Financial Services Modemization Act, nota anche come legge Gramm-Leach-Bliley dal nome dei suoi proponenti, firmata dal presidente democratico William J. Clinton. Essa rendeva nuovamente possibile alle banche di compiere tutte le operazioni ricordate sopra, a conferma del fatto che la memoria dei politici, e dei banchieri, è davvero corta.
Tra le altre numerose leggi di minor risalto che hanno totalmente liberalizzato le attività delle banche americane va ricordato il Commodity Futures Modemization Act (Cfma) del dicembre 2000, anch’esso firmato dal presidente Clinton. E stato principalmente il Cfma a spalancare le porte alla moltiplicazione senza limiti dei derivati trattati al di fuori dei mercati di borsa. Se ne giovò su larga scala, non da ultimo per truccare i bilanci societari, l’archetipo dei disastri industrial-finanziari degli anni 2000, la Enron.
La deregolazione delle attività degli enti finanziari, tanto quella compiuta in Usa a partire dalla presidenza Reagan (1981-1988) e dai governi di Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979-1990), quanto quella avviata quasi contemporaneamente dalla Francia nella futura UE, presenta alcune caratteristiche che è utile, per comprendere le cause della crisi, annotarsi con cura. Innanzitutto essa rende evidente che deregolare non significa affatto abolire le regole in vigore, allo scopo di permettere ai suddetti enti di agire come gli pare. Significa piuttosto sostituire le regole esistenti con altre che allargano a dismisura il perimetro delle attività degli enti stessi, rendendo pienamente legali molti tipi di attività che senza le nuove regole potrebbero essere esposte a contestazioni sia da parte di qualche pignolo rappresentante della legge, sia dei risparmiatori; sia, ancora, da qualche istituzione concorrente. Nella realtà le regole «liberalizzanti» possono essere assai più complicate e lunghe di quelle vincolanti. Per dire, il Cfma americano del 2000, da cui sono discese le nuove generazioni di derivati, era soltanto un emendamento a una legge di per sé assai corposa, ma occupava ben 262 pagine.
In secondo luogo, sia cedendo a pressioni o lusinghe politiche, sia operando esse stesse come braccio politico, le autorità di sorveglianza – in primo piano la Fed e la Sec americane, ma anche la Banca d’Inghilterra e la connazionale Financial Services Authority (Fsa), nonché la Banca Centrale Europea -anziché badare all’applicazione delle regole in vigore, hanno sovente spianato la strada delle liberalizzazioni dando scarso peso ai pericoli che ad esse palesemente si accompagnavano, e non di rado ignorandoli del tutto. Quelli insiti nella bolla immobiliare, gonfiata anche dal predatory lending, ossia dai mutui non soltanto concessi con troppa facilità ma pure truffaldini, erano evidenti a molti osservatori fin dal 2003-2004. Del pari i medesimi enti hanno sottovalutato o ignorato i segnali di grave destabilizzazione del sistema finanziario che pure molti centri studi, facenti capo proprio all’establishment dell’alta finanza, avevano lanciato.
Allo stesso proposito merita ricordare i dettagliati rapporti della Banca dei Regolamenti Internazionali e, nientemeno, del World Economie Forum (Wef), un’associazione ultraliberale. In uno di questi, pubblicato nel gennaio 2007, il Wef sottolineava: «Negli ultimi dieci anni i prezzi delle case sono raddoppiati in termini reali sui mercati più maturi (e su alcuni mercati emergenti), spingendo i rapporti prezzo/reddito a livelli mai visti in precedenza. Molti esperti temono una caduta dei prezzi su larga scala, con differenti impatti sul consumo, la crescita economica e il prezzo di altri attivi». Nel rapporto il rischio che ciò accadesse era stimato sopra il 10 per cento (un livello da considerare altissimo: nessuno salirebbe su un’auto, un ascensore o un aereo di cui sapesse che ha il 10 per cento di probabilità di guastarsi in marcia); le perdite economiche conseguenti erano previste superare un trilione di dollari. Nonostante simili preavvisi, sia Alan Greenspan, l’ineffabile presidente della Fed che la bolla stessa aveva energicamente favorito con la sua politica monetaria, sia il suo successore Ben Bernanke, continuarono a ripetere che il mondo della finanza aveva raggiunto una tale maturità ed efficienza di mezzi da non aver più bisogno di alcuna regolazione da parte dello stato: era perfettamente in grado di regolarsi da solo.
Nel Regno Unito, ci volle l’assalto del pubblico agli sportelli della Northern Rock (settembre 2007) affinchè il Cancelliere dello Scacchiere (cioè il ministro delle Finanze) e la Financial Services Authority si rendessero conto che il tetto del sistema stava per crollare. Nell’eurozona la banca franco-belga Dexia è stata salvata dalla bancarotta nell’ottobre del 2008 con un esborso di 6,4 miliardi di euro (cui ha contribuito anche il Lussemburgo). Anche in questo caso è difficile ammettere che le banche nazionali di Francia e Belgio non sapessero, da almeno un anno, che essa era in pericolo a causa delle massicce partecipazioni a banche di investimento straniere sull’orlo dell’abisso come la Lehman Brothers (che nell’abisso cadde appunto nel settembre 2008). Quanto alla Banca centrale europea, concentrata com’era nella sua battaglia contro improbabili rischi di inflazione, fino all’ultimo non sentì, non capi e non aprì bocca su quanto stava accadendo.
Si possono dare diverse spiegazioni del fatto che le massime autorità finanziarie internazionali sembrino non aver né visto né compreso l’avanzare della crisi, quando non l’abbiano addirittura favorito. La storia e i personaggi del trentennale processo di deregolazione, riassunto sopra, ne suggerisce una su tutte: in Usa come nella UE gli intrecci organizzativi, personali e ideologici tra finanza e politica, tra enti che dovrebbero essere regolati ed enti regolatori, tra cariche private e cariche pubbliche, sono stati e sono tuttora così stretti da rendere illusoria l’attesa che anche in vista della crisi la politica riprendesse una congrua misura di autonomia, se non di potere, rispetto alla finanza.
Concordo con te, vincesko: “ un bel compito si presenta ai leader del PD e a tutti gli altri leader di sinistra europei”.
Ma qui l’unico “che ha fatto ammuina”, almeno finora, sei tu. Possibile che il tuo intuito infallibile (”che sa fare 2+2 mentre gli intelligentoni no”) non si sia mai accorto che gli attuali leader del PD (e in particolare i miglioristi ex comunisti ai quali ti senti vicino, quelli che a Milano, ai tempi di “mani pulite” erano sarcasticamente indicati come “piglioristi”, a significare la loro contiguità, anche “pragmatica”, con le peggiori abitudini del craxismo) hanno condiviso per due decenni (e condividono ancora) l’ideologia neoliberale che ha costituito il fondamento teorico della globalizzazione?
Speri di salvare il pollaio facendo appello alle volpi? Ma vincesko, ma dove hai vissuto finora?

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@ Valerio_38 (30.6 22:05)
Documento interessante. Ma di nuovo, per la quarta o quinta volta in un mese, mi attribuisci una “colpa” che non ho. A tua discolpa, riconosco che tu non puoi sapere come compiutamente la penso, poiché frequento da poco questo blog, anche se… E perché non sai che io ho l’abitudine di fare l’avvocato del diavolo o limitarmi a giustapporre due tesi contrapposte sullo stesso tema per sollecitare il dibattito e chiarirmi ulteriormente le idee. Né puoi sapere che soltanto da 2 anni ho ripreso, dopo 30 anni, una qual certa attività politica, quasi tutta svolta nel web.
Ora, per “discolparmi”, riporto alcuni miei commenti ‘postati’ l’anno scorso in un circolo on-line del PD (ormai chiuso):
Permalink Risposto da Vincenzo su 25 Giugno 2010 a 18:04
Sullo stesso argomento e su altro.
Talora, trovo il compagno Alfredo Rechlin “troppo” intelligente. Come quando, qualche settimana fa, in un’intervista all’Unità, ha definito Pieluigi Bersani una brava persona, ma non un granché come segretario.
Giudico, invece, questo suo articolo, che allego, del tutto condivisibile. Anch’esso evidenzia un’esigenza che è mia da tempo: quella “riformistica” di un’alleanza tra i produttori, che deve andare di pari passo con un’azione collettiva, volta a contrastare la pretesa egoistica ed inaccettabile di un pugno di miliardari e milionari di anteporre ed imporre il loro interesse a quello di miliardi di altri uomini e donne. E per far questo impongono ai governi assenza di regole stringenti; comprano o riescono ad ottenere il consenso dei ceti abbienti, ma anche di quelli poveri; si avvalgono dell’opera, ben retribuita, di intellettuali, economisti e giornalisti, e di “utili amici” come Marchionne.
Permalink Risposto da Vincenzo su 1 Luglio 2010 a 13:22
Mentre i leader europei discutono, il presidente USA “espugna” Wall Street.
Usa, Obama esulta: varata la riforma di Wall Street
Permalink Risposto da Vincenzo su 16 Luglio 2010 a 21:31
‘Post’ interessante. Sorge spontanea una domanda: stamane a Radio3, anche Loretta Napoleoni ha affermato che bisognerebbe ripensarci sulla mondializzazione dell’economia. Ma secondo te è un’ipotesi realizzabile concretamente? E come? E con quali vantaggi/svantaggi (tra questi ultimi, un aumento dell’inflazione)?
Permalink Risposto da Vincenzo su 30 Luglio 2010 a 16:14
Allego anche qui l’editoriale di domenica 25.7 di Eugenio Scalfari, che ho già riportato nel thread “Che ne pensiamo della CGIL?”, che continua quello del 20 giugno sui “vasi comunicanti” (“A Pomigliano comincia l’epoca dopo Cristo”) ed in cui riparla del caso Pomigliano come “apripista” ed, in conclusione, riafferma (come aveva fatto nell’editoriale precedente parlando dell’indispensabilità di “un piano globale di redistribuzione del reddito da chi più ha a chi meno ha”) che “Questa delle ingiustizie sociali da combattere è la madre delle riforme”.
Lo faccio sia perché è pertinente qui, sia perché si lega molto bene con l’analisi che fa Massimo Mucchetti sul “Corriere”, sulla quale richiamo l’attenzione di tutti, poiché parla anch’egli della Fiat, ed affronta con parole nette e franche uno dei problemi cruciali cui siamo di fronte: gli effetti negativi della globalizzazione ed i modi alternativi, addirittura opposti, in cui affrontarli: se privilegiando gli interessi miopi ed egoistici, dannosi in prospettiva futura, di una sparuta minoranza (“le elite finanziarie”) oppure difendendo “l’economia sociale di mercato dell’Europa”.
E’ una questione cruciale che, lo sostiene con forza anche Vendola nel suo intervento recente (vedi l’altro thread su di lui), interpella in primo luogo tutto il centrosinistra.

http://pdobama.ning.com/forum/topics/la-portata-della-crisi
Potrei continuare a lungo (ne scrissi centinaia di ‘post’ su vari temi per rianimare il circolo).

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OT (ma fino a un certo punto…).
Dopo questa notizia di oggi:
IL CASO
Strauss-Kahn potrebbe essere liberato
“Troppe lacune in racconto cameriera”

Clamorosa retromarcia degli investigatori, lo scandalo che ha fatto perdere il posto al direttore del Fondo monetario internazionale potrebbe essere una montatura. Un investigatore: “L’indagine è un disastro”. La donna ha un rapporto sospetto con un detenuto e riceve versamenti sul suo conto da tutto il mondo
dal nostro inviato ANGELO AQUARO
ripropongo questo mio commento ‘postato’ in un ‘post’ precedente (”Chi ama Osama o Obama”), che suscitò le reazioni sdegnate di Valerio_38 e di Aurelianus):
L’“affaire” Dominique Strauss-Kahn
Prima del fatto: il giorno 12.5 scorso ho pubblicato nel blog “Percentualmente” il seguente commento:
“Luciano Barca, in questo articolo, evidenzia e giudica positivamente il cambiamento di rotta del FMI per merito del nuovo direttore generale, Dominique Strauss-Kahn.
“E’ necessario ridurre le ineguaglianze. Le indicazioni del Fmi per uscire dalla crisi”
http://www.eticaeconomia.it/e%e2%80%99-necessario-ridurre-le-ineguaglianze-le-indicazioni-del-fmi-per-uscire-dalla-crisi.html
Dopo il fatto, il 16.5, ho commentato così:
Elementi pro e contro di un “affaire” che mi ha colpito molto (vedi più sopra), perché sfortunatamente coinvolge un potente di orientamento socialdemocratico, che – l’ha detto il suo amico Fitoussi – ha urtato ambienti conservatori molto potenti perché ha cambiato la dottrina del FMI.
Aggiungo una considerazione – come dire? – esclusivamente tecnica. Io sono del parere che si possa essere succubi dei propri “istinti” e che quando questo succede non prevale certamente il raziocinio, ed emerge un lato della personalità sconosciuta agli altri, ancorché amici o parenti stretti; ma credo anche che per certi tipi di violenza (v. articolo allegato) – se di questo si tratta – sia praticamente indispensabile una qualche “collaborazione” della vittima, almeno sotto forma di acquiescenza imposta, che può essere frutto soltanto di una minaccia grave o di una forma estrema di subordinazione psicologica.
“Graffi sul torace di Strauss-Kahn
difesa in difficoltà, niente scarcerazione”

[...]“Dominique non è stupido: uno stupro in un hotel di New York è l’ultima cosa che farebbe”, ha detto l’economista Jean Paul Fitoussi.
(Fitoussi – l’ho sentito in diretta – ha fatto queste dichiarazioni stamattina a “Radio3-Tutta la città ne parla”).
E ieri, 18.5:
Nell’articolo di oggi (“Dostoevskij nella suite”, troppo severo e giocato quasi interamente in chiave di colpevolezza (ma anche di stupidità), Barbara Spinelli scrive: “
“Ci sono tutti gli ingredienti della favola nera: c’è il Dr. Jekyll che beve la miscela che s’è fabbricato e barcolla in vie notturne tramutato in criminoso Mr. Hyde. E c’è qualcosa di talmente cupo che si stenta a non fantasticare su avversari che altro non aspettavano che il finale sbandamento. Perché gli avversari politici esistevano, sesso e violenza non occupavano tutti gli spazi di DSK. Quel che stava facendo, nel Fondo, era secondo alcuni una rivoluzione. Appena 9 giorni prima del fattaccio, Joseph Stiglitz, l’economista che da anni denuncia i misfatti del Fmi, scrisse un articolo in cui annunciava la svolta radicale che Strauss-Kahn voleva imprimere all’istituzione: la fine delle condizioni capestro imposte ai paesi poveri, il “nesso indispensabile tra equità, occupazione e stabilità economica”, la volontà di mettere tale nesso al centro del governo mondiale dell’economia (discorso alla Brookings Institution, 13 aprile 2011”.
Vedremo gli sviluppi, ma quel che è certo è che i ricchissimi – ingordi e crudeli – hanno ora un potente nemico in meno.

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@vincesko, post del 1 luglio 2011 alle 11:04
E’ inutile tentare di giustificare le “scappatelle” di Strauss-Kahn, magari solleticando i soliti riflessi condizionati maschilisti.
Il problema è semplice: se Strauss-Kahn era davvero al centro di uno scontro epocale con i predatori della finanza, perché stava impostando una “rivoluzione” nelle politiche del FMI, che senso aveva, per lui, mettere a repentaglio la sua “battaglia epocale” per non perdere l’occasione di una squallida avventuretta con una cameriera in un albergo di NY?
Solo un idiota (come Clinton, per intenderci) può cascare in una trappola così ovvia e prevedibile. Quindi, qualsiasi retroscena emergerà dalla vicenda (stupro o rapporto consenziente non ha alcuna importanza), non potrà cambiare il giudizio: Strauss-Kahn è stato e rimane un idiota. Strano che il tuo infallibile intuito non ti dia questa semplice ed ovvia risposta. Che sia condizionato da qualche sottostante riflesso di protezione maschilista?

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@ Valerio_38 (11:24)
Bel modo – tignoso – di continuare a vedere l’”affaire” DSK. E – cela va sans dire – moralistico.
Continui a dare per scontata la veridicità dell’imputazione, facendo strame del principio di civiltà giuridica di presunzione d’innocenza.
Non prendi in conto neppure quanto ho scritto sulla potenza delle pulsioni (maschili o femminili!), che tu cataloghi – beato te: sei indenne o hai sublimato le tue? – sotto la voce “idiozia”.
Il mio intuito (poiché ne so quanto te) è incline, poi, ad escludere il complotto ex ante dei poteri forti, [*] ma non l’evidente strumentalizzazione ex post, cui ti presti anche tu…
T’inviterei sommessamente ad interrogarti ed esercitare il tuo di intuito – invero piuttosto anchilosato – sul caso Grecia ante e post gestione Strauss-Kahn del FMI.
[* In questo caso, il mio intuito (quasi) infallibile parrebbe, sottolineo parrebbe, avere fatto cilecca, cfr. la conclusione della Ricostruzione de L’affaire Dominique Strauss-Kahn  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2763669.html].

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tony_montana_ii 1 luglio 2011 alle 12:25
@vincesko
Hai ragione da vendere.
Prima di tutto, quasi a compensazione (la “giustizia” per alcuni è questo, ahinoi!) abbiamo come nuovo presidente del FMI, Christine Lagarde, una francese (sempre europei o americani al FMI? quando capiranno che il mondo è cambiato e che forse sarebbe più opportuno accorgersene!).
Tre giorni dopo la nomina della Lagarde, ecco trapelare la notizia che Strauss-Kahn è probabilmente innocente (personalmente non avevo dubbi).
Non sono un complottista, ma evidentemente, ex post, qualcuno ne ha approfittato.
———-
Sento parlare di globalizzazione come se fosse un problema! Sembra che questo mostro abbia creato degli scompensi enormi, che stia affamando interi popoli, ecc…
A me pare che questo processo, iniziato dopo la crisi petrolifera e in accelerazione dopo la caduta del blocco sovietico, ha portato, a conti fatti, più benefici che altro.
Se si vuole più equità e più ridistribuzione delle ricchezze, è naturale che la parte ricca del mondo (noi!) stia peggio di prima a tutto vantaggio dei paesi emergenti (che ora stanno decisamente meglio di prima). 60 milioni di italiani rappresentano il 4% della popolazione cinese. Tutta la popolazione europea è appena 1/3 della Cina.
Andatelo a dire ai cinesi di fermarsi ora. Questa sì che verrebbe vista come una mossa neocoloniale!
Quando si fece entrare la Cina nel WTO, eravamo tutti convinti di poter invadere il mercato cinese con i nostri prodotti; in realtà sono loro che hanno (giustamente, questa è la forza del mercato) invaso noi. L’unica cosa che possiamo fare è competere ad alto livello con la Cina, migliorandoci. Loro hanno il Maglev, noi per costruire la TAV siamo partiti all’ultimo giorno, con l’ausilio della forza. Il nostro principale ostacolo siamo noi stessi!
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tony_montana_ii 1 luglio 2011 alle 12:27
PS: Dimenticavo di dire che anche in Occidente (non so in Italia) si sta meglio di prima, anche se la contingenza attuale è di stampo recessivo.

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@ Tony_montana (12:25)
DSK
Per legge non scritta, la Banca Mondiale è appannaggio di uno statunitense, l’FMI di un europeo.
La notizia su DSK, come forse si sa, è del New York Times:
http://www.nytimes.com/2011/07/01/nyregion/strauss-kahn-case-seen-as-in-jeopardy.html?ref=global-home
Globalizzazione
La globalizzazione oggi non è un gioco equo (se leggi l’intervista a Walden Bello allegata sopra ne hai conferma), sia per la sottovalutazione dello yuan cinese (e del dollaro USA), che equivale a mettere un dazio sulle importazioni cinesi (o americane), sia per il dumping sociale, la cui gestione è politica (cioè in mano al partito comunista cinese); sia per l’assenza di controlli qualitativi e normativi efficaci ed incisivi sulle merci cinesi o orientali o extra UE prodotte dalle nostre aziende delocalizzate, importate in UE.
Quando l’Italia ha chiesto una normativa più severa sulle importazioni di prodotti tessili a difesa dei nostri prodotti, i Paesi scandinavi si sono opposti, per salvaguardare il vantaggio dei consumatori svedesi o finlandesi dei bassi prezzi dei prodotti cinesi.
Va rimarcato che bisogna appunto distinguere gli effetti della globalizzazione sui vari Paesi UE, sulla base del criterio della complementarità delle nostre economie con quella cinese, massima ad esempio per la Germania, non altrettanto, purtroppo, per l’Italia.
Una normativa e controlli più stringenti vanno contro gli interessi – esogeni – della potente Cina, ma anche quelli – endogeni – delle nostre potentissime multinazionali, che producono a prezzi cinesi (1/10 di quelli occidentali) e vendono da noi a prezzi occidentali, lucrando gli enormi sovrapprofitti.
Questo, più che un’improbabile de-globalizzazione, è forse il problema prioritario da aggredire.

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Ne approfitto, visto che Preferax25, che reclamava spazio, non pubblica commenti.
IL CASO
Strauss-Kahn tornerà libero
Ok della procura a scarcerazione

Clamorosa svolta per l’ex direttore del Fondo monetario internazionale agli arresti domiciliari con l’accusa di stupro ai danni di una cameriera. Dubbi sulla credibilità della accusatrice. Riavrà indietro la cauzione versata, con la revoca della custodia cautelare, ma sarà soggetto a restrizioni

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@vincesko, post del 1 luglio 2011 alle 12:05
Che c’entra la questione “innocenza” o meno?
Il fatto che Strauss-Kahn abbia offerto a una cameriera d’albergo (con la quale, per suo esplicito riconoscimento, ha effettivamente avuto un rapporto sessuale) la possibilità di trascinarlo in tribunale per me è sufficiente per dire che è un idiota. Punto. Qui le pulsioni c’entrano come i cavoli a merenda. Se una persona della sua età e con le sue responsabilità sa di non poter controllare la patta dei suoi pantaloni e non può resistere all’idea di scegliere a capocchia partner occasionali può esprimersi in innumerevoli carriere di grande prestigio sociale, dati i tempi (gigolò, critico d’arte, tycoon televisivo, tuttologo, ecc.), ma se pretende di calarsi nei panni dello statista o del gran commis di istituzioni internazionali (dove sibilano sciabole e coltelli dietro ogni angolo) va in cerca di guai, e immancabilmente li trova (in Italia come altrove).
Tutto il resto è fumo.

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@ Valerio_38 (18:55)
Non fare il finto tonto, tutti possiamo errare, diabolico è perseverare.
Ti rammento che all’inizio tu eri convintissimo della sua colpevolezza.
Le pulsioni “c’entrano come i cavoli a merenda” soltanto per uno che – sovrumano – o ne è immune o le ha sublimate. Per il resto dell’umanità, soprattutto per i potenti (vedi SB o ciò che si usa definire doppia morale, prima degli aristocratici, ora dei ricchi in genere), è pane quotidiano.
Chissà quante volte DSK si sarà trovato in quella situazione (pare molte volte). In questo caso, risulterebbe che il rapporto sia stato regolarmente consenziente (mero incontro di domanda e offerta). Definirlo per questo un’idiota è soltanto una manifestazione di moralismo benpensante. Se si fosse reso colpevole di violenza, allora sì avresti ora tutto il diritto di definirlo idiota, o peggio.
Ti auguro una bella scopata.
PS: Piuttosto, sarei molto interessato a conoscere sinteticamente le soluzioni di Gallino alla globalizzazione, se ne ha di concrete e praticabili.

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@vincesko, post del 1 luglio 2011 alle 21:14
Non fa parte della mia mentalità elucubrare sulla colpevolezza o meno di un personaggio che non conosco, che è stato coinvolto in un episodio fin dall’inizio dai contorni poco chiari e di cui si continua a sapere con certezza ben poco.
La colpevolezza o meno di DSK verrà appurata da una corte. Io ho espresso fin dall’inizio (e continuo a esprimere) un giudizio politico sul comportamento abituale del personaggio DSK (in base ai numerosi e controversi episodi di cui era stato protagonista anche in precedenza). E questo tipo di giudizio politico non ha bisogno di attendere la sentenza del giudice USA, così come, se vedi un tuo vicino uscire da casa tua con la tua argenteria, non hai bisogno di attendere i tre gradi di giudizio delle corti repubblicane per smettere di considerarlo ospite gradito in casa tua (copyright Piercamillo Davigo).
L’abitudine di tacciare di “moralismo” (il termine, non a caso, è stato impugnato per la prima volta dai ladroni craxiani per irridere i loro “ingenui critici”) chiunque pretenda che chi assume cariche pubbliche si comporti in modo “virtuoso” è un segno della degenerazione dei tempi.
Invocare le “naturali pulsioni” (la versione “politicamente corretta” dei vecchi ammiccamenti tipo “si sa, l’uomo è cacciatore”) per scusare gli umilianti sotterfugi di Clinton con Monica Lwinsky, i traffici di escort e cocaina nei quali sono coinvolti, sempre più spesso, membri di parlamenti e di governi così come giovani rampolli di illustri stirpi industriali, la risaputa abitudine di Strauss-Kahn di molestare spudoratamente qualunque donna gli capitasse a tiro, è il modo migliore per accelerare il generale degrado del costume civile. Perché, come è noto, l’esempio viene dall’alto e sarebbe singolare aspettarsi che i governati sviluppino virtù civili se è considerato normale che i loro leader si ritengano al di sopra della legge, siano mentitori abituali nella loro vita privata come in quella pubblica, vivano di sotterfugi, non abbiano scrupoli a mettersi in situazioni che li espongono al ricatto (il che demolisce le basi del rapporto di fiducia fra rappresentanti e rappresentati, rapporto che, per definizione, non è possibile se i rappresentanti sono dei gaglioffi).
Per questo, dai suoi rappresentanti il popolo dovrebbe pretendere il rispetto di standard di virtù civili superiori di quelli ai quali si pretende si attengano i semplici cittadini. Altro che “moralismo”.
PS. Il tuo linguaggio raggiunge vette ineguagliabili di eleganza e raffinatezza, quando vuoi mostrarti moderno, disinvolto, disinibito. A ben vedere, peraltro, non sei molto originale. In fondo è il solito, trito gallismo italico, solo un po’ più volgare. Anche in questo, sei probabilmente debitore al dominante mood berlusconiano. Ognuno si sceglie i modelli che sente più vicino alla propria sensibilità.
PS. Il libro di Luciano Gallino è disponibile in libreria. Le questioni complesse non si possono “conoscere sinteticamente”, premasticate. Bisogna imparare a masticarle in proprio.

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@ Valerio_38 (01.07 23:58)
Oh, questo tuo ultimo commento mi è piaciuto di più; hai smesso i toni esageratamente indignati ed hai anche calibrato in misura più congrua giudizio morale e pruderie d’antan, purtroppo con uno slalom-scivolata in un potpourri di vocaboli e immagini da codice penale, che credo, o almeno spero, siano propri solo di una minoranza di coloro che sono investiti di cariche pubbliche.
Ai quali non si può chiedere l’ascetismo o la castità. Una congrua dose di sesso non può che far loro del bene. Non tutti hanno la capacità di sublimare. Del resto, guai se si sottoponesse un po’ di gente – di varie professioni – ad uno screening psicologico: se ne vedrebbero delle belle.
Uso certi termini spiazzanti strumentalmente, per la loro efficacia quando si tratta di sgretolare un muro di rigidità.
Leggo soltanto classici, romanzi russi e libri di psicologia, negli ultimi tempi anche di storia. Comunque, non credo proprio che, se decidessi lontanamente di acquistare il saggio di Gallino, riuscirei a trovarlo nel piccolo paese isolato dove ora sto, anche ordinandolo (c’ho già provato con un altro libro). Né credo non si possa tentare di riassumerne – se esistono – le soluzioni alla globalizzazione. A meno che non siano elucubrazioni da intelligentone, che non m’interessano.

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@vincesko, post del 2 luglio 2011 alle 01:03
I libri si possono ordinare via web anche se si abita in uno sperduto paesello. Leggere qualche libro intelligente penso ti farebbe bene. Forse contribuirebbe a diminuire la tua spocchia e a instillarti qualche dubbio sul tuo infallibile intuito.
Aspettarsi una ricetta di poche righe (perché deve pure essere concisa), che dia “soluzione alla globalizzazione” (come dici tu), è confondere un libro di analisi politica ed economica con un giallo, nel quale tutto si risolve con il nome dell’assassino.
Qui, caro vincesko, si sa già chi sono gli “assassini” (e quindi quali potrebbero essere le strategie per venire a capo della catastrofe incombente), ma i tuoi amici del PD fanno i pesci nel barile da circa venti anni, perché hanno flirtato con gli “assassini” fino a ieri e continuano a credere che quegli “assassini” siano dei benefattori dell’umanità, i promotori del progresso.

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@ Valerio_38 (15.22)
DSK
Federico Rampini (v. 
http://rampini.blogautore.repubblica.it/2011/07/02/cyrus-vance-jr-che-fara-costui/ ) scrive che la cameriera dell’affaire DSK faceva part-time la escort. Egli, da una parte, fa una sorta di ammenda scrivendo “dopo quel che è accaduto dal 14 maggio in qui non scommetto più su niente, accetto l’esistenza degli Ufo ed Elvis Presley è ancora vivo”; dall’altra, ragionando come te, esprime l’auspicio che:
“C’è da augurarsi che i due uomini più in vista di questa vicenda facciano la stessa fine: in pensione subito tutti e due, Cyrus Vance jr. e DSK”
, poiché “Un uomo che ha il bisogno così frequente di ricorrere a prostitute, non solo ha uno stile di vita inadatto al ruolo di statista, ma soprattutto è perennemente ricattabile. Infine, si autoassolve: “Mi sfugge ancor più la responsabilità dei media: nella ricerca della verità, in un caso come questo abbiamo strumenti certamente meno efficaci di quelli che ha la polizia di New York e il procuratore generale di Manhattan.
Bastava fare 2+2 per escludere lo stupro.
Globalizzazione e PD
Lasciamo perdere Gallino, ma tu come pensi si possa uscire dalla trappola della globalizzazione, chiunque l’abbia assecondata? Io le mie proposte le ho abbozzate sopra.
In ogni caso, ti pregherei di tener presente che: 1) è sconsigliabile fare di tutta l’erba un fascio, anche nel caso del PD – partito composito – occorre distinguere e fare nomi e cognomi, se tu ne hai; 2) io non uso fare sconti a nessuno, figuriamoci al PD, di cui sono soltanto un elettore critico; 3) il fatto ch’io mi prenda la briga di difenderlo – ma, se noti, caso per caso, quando lo trovo giusto, ad esempio di solito quando si tratti di Bersani, che io non ho votato alle primarie, ma che sto difendendo da almeno un anno, sia dagli attacchi esterni (inclusi i soloni della stampa e della comunicazione), sia da quelli terribili esterni ed interni dei forum e dei circoli on-line – non significa che ne accetti acriticamente la politica e l’operato: è che era (è) indispensabile far crescere l’unico partito che può sconfiggere la destra berlusconiana-tremontiana-bossiana-sacconiana, che è una vera iattura per l’Italia intera, esclusi i ricchi; tenendolo beninteso sotto osservazione, stimolo e critica, come ho deciso di fare anch’io, riprendendomi la mia piena libertà, con maggiore severità e frequenza, da quando le cose vanno meglio (e l’ho anche annunciato in un forum del PD, dove per parecchio tempo i paranoici che lo frequentano hanno scritto ch’io ero una sorta di “longa manus” dei dirigenti (sic), facendomi sganasciare dal ridere…

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tony_montana_ii 3 luglio 2011 alle 09:59
Ieri passavo davanti ad un negozio di elettrodomestici. In vetrina c’era un televisore a LED 40” di una bene nota marca a soli 389€, oppure con un finanziamento di 24 mesi con rata di 19€.
Prendo un gelato in una nota gelateria del centro e incontro un gruppo di ragazzi cinesi che parlano un ottimo inglese. Stanno facendo un viaggio in Europa: sono stati a Parigi, Londra, Roma e poi andranno a Berlino. I genitori di uno dei ragazzi posseggono una rivendita di motociclette. Gli chiedo cosa sanno dell’Italia e di Berlusconi: scoppiano a ridere e mi dicono “bunga bunga”. Sono tipici ragazzi della middle class.
Vado a casa di amici, guardiamo il telegiornale. Si parla della Siria. Migliaia e migliaia di persone in piazza combattono per la libertà, il lavoro e per cacciare il tiranno. Per incontrarsi ed evitare il più possibile la repressione e la censura, usano internet. E su internet, chi vuole, può leggersi le ragioni della loro protesta.
Certo, ci sono molti, tanti problemi, ma non cambierei questo mondo globalizzato così su due piedi. Soprattutto se la ricetta è, alla Walden Bello, un ritorno allo stato-padrone, ad una sorta di nazionalismo economico che non ha protetto mai nessuno.

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@ Tony_montana
Certo, ci sono molti, tanti problemi, ma non cambierei questo mondo globalizzato così su due piedi. Soprattutto se la ricetta è, alla Walden Bello, un ritorno allo stato-padrone, ad una sorta di nazionalismo economico che non ha protetto mai nessuno.
1) Non mi sembra che Walden Bello suggerisca un ritorno allo stato padrone.
2) Chiediti se anche gli altri (ad esempio i lavoratori delle aziende che hanno delocalizzato o intendono farlo) non cambierebbero questo mondo globalizzato.
3) Il gioco della globalizzazione non è equo, e su questa asimmetria lucrano sia gli imprenditori e la “middle class” cinese, sia le multinazionali e gli imprenditori nostrani, come pensi si possa porvi rimedio?

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@ Tony_montana
Mi permetto di suggerirti d’informarti meglio su Guido Rossi.
Qui non è in discussione la funzione essenziale della finanza, ma il suo strapotere e la sua degenerazione diffusa.
La finanza, assieme alle multinazionali, ormai costituisce un potere sovraordinato, non giuridicamente beninteso, ma di fatto, rispetto ai poteri democraticamente eletti. Anche a me pare evidente che, dopo alcune utili decisioni adottate durante la prima fase della crisi, neppure l’uomo più potente del mondo, il presidente degli USA, possa molto contro lo strapotere della finanza. D’altronde, pare persino inevitabile, se i movimenti finanziari di soli 4 giorni sono superiori all’intero ammontare degli scambi di beni e servizi di un intero anno. L’unica soluzione è un movimento dal basso, di popolo, che, anziché dividersi e fare ammuina (come oggettivamente fai anche tu nel caso di Guido Rossi), pretenda e appoggi le indispensabili riforme.

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tony_montana_ii 6 luglio 2011 alle 08:48
@vincesko
Fare ammuina? Imparo da te probabilmente. Oppure forse è il fatto che nei mercati finanziari fare 2+2 non ti porta a nulla che ti fa sembrare ammuina quello che dico?
Per quanto riguarda la finanza, essa ha un solo potere in più rispetto ai poteri giuridicamente intesi. È sovranazionale, e quindi si comporta di conseguenza nel bene e nel male. Non esistendo di fatto un potere sovranazionale democraticamente e direttamente eletto (l’Europa può essere un esempio contrario, ma il Consiglio Europeo, l’unica con un vero e proprio potere è espressione dei governi nazionali e non dei popoli, come lo è invece il Parlamento), ha pochi vincoli e gli stati nazionali spesso non trovano accordi tra loro per regolare i mercati finanziari mondiali perché ognuno troppo occupato a farsi adescare dalla finanza cattiva e a guardarsi l’ombelico.
PS:
Guido Rossi: ex professore in materie economiche a Venezia, Milano (inclusa l’Università Salute-Vita del San Raffaele), Pavia, attuale professore di diritto commerciale alla Bocconi, ex presidente Consob, ex senatore della Repubblica (a suo attivo ha comunque l’aver presentato alcune delle migliori leggi italiani in termini di mercati finanzari… da iscritto alla sinistra indipendente, tsk!), ex presidente Montedison, ex presidente Telecom, ex consulente Abn Amro, ex dirigente Inter, ex commissario straordinario FIGC, attuale consulente Fiat, garante etico per la Consob, e mille altri incarichi. Se non è un uomo buono per tutte le stagioni costui! È sicuramente bravo, non lo metto in dubbio, però poi dice che i giovani non trovano posti dirigenziali in Italia. E te credo: fa quasi tutto Guido Rossi!

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@ Tony_montana
Ammuina
Io non faccio mai ammuina quando si tratta di cose serie. E questo è un discorso serissimo: se la stragrande maggioranza della popolazione, in piccolissima parte composta da utili idioti ben retribuiti, la più parte gratis, non avesse l’abitudine di dividersi e di fare ammuina, come potrebbe un’esigua (in Italia) o infima (nel mondo) minoranza decidere per tutti e riuscire a “schiavizzare” il resto dell’umanità?
Io sono piuttosto individualista, ma poiché credo fermamente nella necessità di unire le forze, se si vuole perseguire il nobile obiettivo della giustizia sociale, che non è una parola vuota, ma la quintessenza del sentire democratico di sinistra riformista, a cui idealmente appartengo, ma anche un obiettivo che può essere condiviso da chi non ha una visione grettamente egoistica ed è consapevole che una distribuzione equa della ricchezza e del benessere è un vantaggio per tutti, occorre smettere l’abitudine autolesionistica di dividersi e fare ammuina, quell’ammuina che favorisce soltanto i ricchi potenti, egoisti, avidi e spietati.
Finanza
Ti sei risposto da solo, la finanza globalizzata non è controbilanciata da un potere politico altrettanto globalizzato. Ma, in più, ha raggiunto dimensioni spropositate e opera senza limiti etici e in barba a qualunque principio deontologico, di interesse generale e, direi, ormai di semplice buon senso, in un avvitamento parossistico che ha mutato profondamente l’equilibrio tra le variabili economiche, tolto risorse agli impieghi produttivi, accentrato le leve decisionali in pochissime mani sottratte a qualunque controllo democratico, ingigantito gli squilibri e le disuguaglianze, rese precarie ed insicure le vite di milioni e milioni di persone. E tu non trovi di meglio che criticare Guido Rossi, che a me pare abbia detto delle cose riscontrabili nella realtà e persino ovvie?
Guido Rossi
Sì, pare sia un tecnico competente, della cui competenza, pagando, si avvalgono tutti. Hai omesso di dire che è considerato il “comunista” col reddito dichiarato più cospicuo… Prova a dare un’occhiata all’archivio storico di “Repubblica”, così forse te ne fai un’idea più compiuta.
Ma, cambi o no il giudizio su di lui, mi pare lecito ed opportuno farti rilevare , per le ragioni anzidette, che non è né logico né utile, ma soltanto un po’ furbesco e comunque indice di ammuina, spostare il focus, a mò di riflesso condizionato, dal grave problema del pessimo funzionamento del sistema finanziario, su cui occorre la massima consapevolezza del maggior numero di persone, al povero Guido Rossi, sol perché s’è permesso – mi pare a ragione – di parlar male degli USA.
Manovra correttiva
Faccio sommessamente notare a tutti che un’analoga consapevolezza è necessaria per contrastare adeguatamente la prassi scandalosa dell’attuale governo di destra di scaricare quasi tutto il peso del risanamento dei conti sul ceto medio-basso e sui poveri.

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tony_montana_ii 6 luglio 2011 alle 13:58
@vincesko
Guarda che quello che ho scritto su Guido Rossi nel primo commento all’articolo postato da aurelianus era un inciso (era pure messo tra parentesi) e non il core del mio commento, che non mi sembra fosse così tenero nei confronti della cattiva finanza. Quindi chi sta spostando ora il discorso? Chiudiamo il capitolo Rossi (di cui romanescamente non me ne po’ frega de meno) e veniamo al nocciolo: manca la regulation.
Io per esempio sono per la Tobin Tax e faccio mio questa parte dell’intervista che egli concesse a Der Spiegel:
Non ho assolutamente niente in comune con questi ribelli antiglobalizzazione. Naturalmente sono compiaciuto; ma il plauso più forte sta arrivando dalla parte sbagliata. Guardi, io sono un economista, e come molti economisti, io sostengo il libero scambio. Inoltre, io sono a favore del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questi hanno preso in ostaggio il mio nome … La tassa sulle transazioni in valuta estera venne concepita per ammortizzare le fluttuazioni dei tassi di cambio. L’idea è molto semplice: ad ogni scambio di valuta in un’altra, una piccola tassa verrebbe applicata – diciamo lo 0,5% del volume della transazione. Questo dissuade gli speculatori poiché tanti investitori investono i loro soldi su una base a brevissimo termine. Se questi soldi vengono improvvisamente ritirati, le nazioni devono aumentare drasticamente i tassi di interesse per far sì che le loro valute restino attraenti. Ma alti tassi d’interesse sono spesso disastrosi per una economia nazionale, come hanno dimostrato le crisi degli anni novanta in Messico, sud-est asiatico e Russia. La mia tassa restituirebbe qualche margine di manovra alle banche emittenti delle piccole nazioni e sarebbe una misura di opposizione ai dettami dei mercati finanziari.
PS: La cosa scandalosa di questa manovra, norme ad personam a parte (il lupo perde il pelo ma non il vizio), è che è la solita manovra tremontiana di stampo recessivo. Dico io ci sarà pure un settore in Italia che lo stato vuole non dico incentivare, ma almeno non tagliare?

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@tony_montana_ii, post del 5 luglio 2011 alle 21:49
Noto, nel tuo post, il tuo solito, misterioso strabismo.
Dunque, secondo te, se dei privati comprano titoli tossici hanno la tua comprensione ma sono fatti loro (se la sono cercata), se invece i titoli tossici li comprano istituzioni pubbliche (immagino che ti riferisca a amministrazioni locali, come regioni, comuni, ecc.) allora è più grave.
Nel tuo discorso, stranamente, compaiono soltanto i compratori dei titoli tossico, ma non i venditori. Ma nella vicenda dei titoli tossici i venditori non sono dei benefattori. Sono stati i venditori, le holding bancarie (H), che hanno emesso i titoli tossici, CDO, e li hanno assicurati contro l’insolvenza con altri titoli tossici, CDS (emessi da società di assicurazione, A). Il rischio di insolvenza di questi titoli (o di loro tranche) era calcolato (e successivamente assicurato con CDS emessi da A) con algoritmi che si sono successivamente dimostrati errati, per cui H e A, come minimo, hanno agito in malafede o senza i necessari scrupoli. Basandosi sui risultati prodotti da quegli stessi algoritmi, le agenzie di rating, R, hanno assegnato alle varie tranche dei titoli tossici rating truffaldini, (per ragioni che erano ovvie fin dall’inizio ma sono state “scoperte” solo a valle della frittata: nell’assegnare i rating ai titoli tossici, le R erano in palese conflitto di interessi, essendo H il cliente principale dei servizi di R).
I clienti (C) hanno comprato i titoli emessi da H (carta) pagandoli a H con soldi liquidi (che H ha immediatamente riutilizzato per riavviare il ciclo di creazione/vendita di CDO).
Quando gli algoritmi per il calcolo del rischio di insolvenza hanno mostrato la loro inconsistenza (perché negli USA i mutuatari hanno cominciato a diventare insolventi in massa, non secondo la distribuzione statistica ipotizzata negli algoritmi per il calcolo del rischio di insolvenza) l’intero castello di carta (letterale) è crollato di schianto e la carta in mano a C non è più stata negoziabile, quindi ha perso la sua “liquidabilità”.
Tenendo conto dell’intero quadro, la tua idea che la crisi finanziaria sia attribuibile alla dabbenaggine di C (che non avrebbe resistito al fascino del cattivo diavoletto tentatore e si è buttato sulla “finanza cattiva”) è una trovata geniale, degna dei più originali ideologi del neoliberalismo (è parente dell’idea che se uno è disoccupato è colpa sua).
Per caso, ti risulta che quando c’è di mezzo un truffato (che non è stato capace di resistere al cattivo diavoletto tentatore) ci sia di mezzo anche un truffatore (il cattivo diavoletto tentatore, che a sua volta non resiste alla tentazione di buttarsi sulla “finanza cattiva”, ma nella veste, ben più remunerativa, di truffatore)?
Per caso, quel cattivo diavoletto tentatore non sarà qualcuno che ha spacciato per scienza algoritmi fasulli (che a qualcuno ha addirittura fruttato un Nobel)? Che ha “pagato” le agenzie di rating per far assegnare ai suoi titoli un rating tale da consentirne l’acquisto (obbligatorio per legge in gran parte dei paesi occidentali, che strana coincidenza!) da parte dei fondi pensione? Che ha distribuito i suoi titoli tossici in tutto il mondo mettendoli fuori bilancio (tramite apposite SIV), in modo da sottrarsi ai vincoli di deposito ai quali sono soggette le attività ufficiali delle banche da parte delle autorità di vigilanza?
Come avrebbe potuto, Tom, capire che il suo tentatore era un diavoletto cattivo e in malafede, se non erano state in grado di capirlo le agenzie di rating e nemmeno le autorità di vigilanza (inclusi i geni, sempre osannati dai neoliberali di tutto il mondo, come Alan Greenspan e Ben Bernanke, con tutti i loro faraonici staff)?
E’ per questa misteriosa “cancellazione del truffatore” (che fa sparire un John Law di dimensioni mondiali) che non capisci le critiche di Guido Rossi a Obama. Perché se ti degnassi di vedere la questione includendo nel tuo quadro i truffatori, scopriresti che le loro truffe non sarebbero state possibili se avessero avuto “meno libertà” (purtroppo i liberali sono contrari a limitare le libertà dei ricchi, mentre sono estremamente sensibili a limitare quelle dei ribelli della TAV), cioè se fossero stati in vigore i controlli sulla circolazione dei capitali (che sono stati eliminati negli anni ’80 e ’90) e i vincoli che impedivano alle banche di diventare troppo grandi per fallire e che impedivano loro di usare i depositi dei clienti (passività, assicurate dal governo) per trafficare titoli, speculare sulle valute e sulle commodities, gestire fusioni e acquisizioni (attività, che sono soggette ad alto rischio e non è logico che questi rischi vengano scaricati sui governi, cioè sui contribuenti).
Guarda caso, questa “libertà delle holding bancarie” che ha consentito la truffa dei titoli tossici è stata procurata da leggi apposite (le famose liberalizzazioni e deregolamentazioni degli anni ’80 e ’90). E, guarda caso, l’assenza di regole/obblighi è quella che viene sempre invocata dai neoliberali perché amplia le cosiddette “libertà”.
Perché Guido Rossi se la prende con quell’icona mediatica di Obama? Te lo spiego. Il congresso USA, nel luglio 2010 (quando i democratici avevano una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato) ha approvato il Dodd-Frank Act, su proposta dell’amministrazione Obama. Nonostante le ambizioni che le sono state attribuite, quella legge non fa nemmeno il solletico alle holding bancarie (per cui lascia intatta l’architettura dell’attuale sistema finanziario i cui difetti, ormai esplorati e noti, hanno portato alla crisi in atto).
Rispetto alle politiche rooseveltiane il Dodd-Frank Act è una barzelletta.
E’ del tutto legittima, allora, la domanda: Obama si sta occupando del futuro dei suoi cittadini (il che richiederebbe di riportare sotto controllo le holding bancarie, invece che rifinanziarle a spese dei contribuenti) oppure si sta occupando dei bilanci dei veri finanziatori delle sue faraoniche campagne elettorali (le holding bancarie e il big business), a spese della gran massa dei suoi ingenui concittadini?
Ti sembra più chiara, così, la critica di Guido Rossi?

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@ Valerio_38
A me sì, chiarissimo, ma non mi hai ancora risposto sulla globalizzazione (02.07 23:39).

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tony_montana_ii 6 luglio 2011 alle 18:44
@valerio38
Guarda che remiamo dalla stessa parte. Non ho cancellato i truffatori affatto. Dico solo che i prodotti derivati tossici erano da parte di chi comprava un piatto all’apparenza molto ricco per non buttarcisi (l’avidità non è solo in chi vende, purtroppo). Quello che intendevo dire, per l’appunto, è che i truffatori (protetti, ahimé dalla legge, anzi dall’assenza di questa) hanno fatto gioco anche sui truffati. L’equazione porta con se i due termini sempre, non c’è l’uno senza l’altro. Chiaro?
Dopodiché, il vostro strabismo vi fa partire in quarta. Non ho mica scritto di non condividere le critiche di Rossi. Ho solo detto che era roba già risaputa. Rileggetevi il mio post… ‘a strabici!
PS: Il Dodd-Frank Act ha una pecca gravissima ai miei occhi, che però è tipica della mentalità americana: il giorno dopo la sua entrata in vigore, i titoli bancari collettivamente salirono del 2,7%. Gli analisti si divisero: chi disse che il mercato bancario, ora più regolato, fosse appetibili agli investitori (meno rischi), o chi disse che gli investitori avevano fiducia nel fatto che le banche avrebbero trovato il modo di raggirare le nuove regole (più rischioso, ma più lucroso).
Tuttavia, ammetto che il Dodd-Frank Act è una mezza delusione. Dovevano fare 4 cose:
1) proteggere gli investitori dai prodotti finanziari truffaldini
2) dare un freno ai rischi presi da istituzioni
3) evitare il “too big to fail”
4) ripristinare la fiducia dei mercati
Tuttavia, i punti 2 e 3 del programma sono proprio venuti meno. Ad Obama (e al Congresso) è mancato a mio avviso un po’ di coraggio. Soprattuto sul punto 3. Non sono un tecnico di queste cose, ma mi è stato spiegato che non l’aver voluto inserire alcuni prodotti finanziari (i migliori) nel pacchetto legislativo si è fatto sì che i prezzi salissero, spingendo ulteriormente fuori dal mercato i piccoli H e quindi consolindando il potere di quei pochi che vi sono dentro.
Per ritornare all TAV. Faccio una domanda all’apparenza sciocca ai NO TAV. Come si fa a non farla? Degli accordi con Francia e Unione Europea cosa ne facciamo? Come si fa ad evitare di rimanere ancora più isolati dall’Unione Europea non facendo la TAV?
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tony_montana_ii 6 luglio 2011 alle 18:51
@valerio38
PS: L’idea che se uno è disoccupato è colpa sua è ovviamente bislacca se portata all’estremo. Diciamo che ha un concorso di colpa…
Quando ero studente (anni ‘90) e avevo bisogno di un lavoro, uscivo di casa e rientravo la sera con un contratto. Certo si trattava di “lavoretti” (per quanti con alcuni ho guadagnato davvero bene) e non un vero e proprio lavoro su cui costruire una vita. Però era disarmante vedere amici miei all’università senza una lira in tasca (tutti gli studenti sono per loro natura “morti di fame”) e lamentarsi di questo. Nessuno si faceva un giro fuori di casa con me!

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@vincesko, post del 2 luglio 2011 alle 23:39 e del 6 luglio 2011 alle 16:35
Trovo un po’ ridicolo che io e te ci mettiamo a discutere dei “modi per dare soluzione” alla globalizzazione. Su questa questione è in atto una discussione che coinvolge governi, istituzioni internazionali, ambienti accademici, politici, sindacali, ecc.
Nel bailamme seguito allo scatenarsi della crisi finanziaria in atto, una cosa è ormai ben chiara: immaginare “soluzioni” è solo il primo passo (ed è già, di per sé, piuttosto impegnativo); ma mettere in campo il protagonista politico che dovrebbe “afferrare il volante” e dare la necessaria sterzata è un compito ancora più impegnativo.
Quanto al primo punto (immaginare soluzioni), è necessario prendere atto che la situazione di crisi che stiamo vivendo è frutto diretto delle politiche di liberalizzazione dei mercati degli ultimi 15 anni (trattati di libero scambio in ambito WTO) e delle politiche di deregulation del sistema finanziario globale sviluppate negli ultimi 25 anni.
Per effetto di quella apertura del “vaso di Pandora”, l’architettura dell’attuale sistema economico-finanziario è stato costruita senza alcun progetto consapevole.
E’ ben noto che nessun sistema di una certa complessità può essere stabile e controllabile se non è stato progettato per esserlo. Una intera branca dell’ingegneria (teoria dei sistemi, controlli automatici, teoria della regolazione, ecc.) è stata sviluppata proprio per identificare i criteri di progetto che assicurino la stabilità e la controllabilità dei sistemi fisici (reti elettriche e elettroniche, sistemi idraulici, energetici, chimici, ecc.). Nessun progettista di un qualunque sistema fisico complesso si sognerebbe di implementare un sistema senza avere esplorato con tecniche adeguate il comportamento del suo modello teorico. Invece l’architettura del sistema finanziario globale è stata costruita proprio così, affidando la sua archiettura alle forze spontanee (e anarchiche) del mercato.
In un quadro generale di questo tipo, le opzioni immaginabili sono sostanzialmente di tre tipi:
1. Il salasso portato fino alle estreme conseguenze (perché la crisi sarebbe colpa degli interventi politici sul mercato). Bisogna lasciare agire le dinamiche intrinseche del sistema economico-finanziario così com’è, confidando nel fatto che, come assicurano i dogmi del credo neoliberale, il sistema sia perfettamente in grado di autoregolarsi e di ottimizzare l’allocazione dei capitali se non venga perturbato da interferenze politiche. In altre parole: altre liberalizzazioni, altre privatizzazioni, altre deregolamentazioni (il caso Grecia e il modo in cui è attualmente gestito dall’UE e dalla BCE è un caso di scuola).
2. Non intervenire sulle cause della crisi, ma cercare di temperarne gli effetti. Questa è, da sempre, l’impostazione del riformismo pavido. Nel nostro caso ci si propone di lasciare inalterata l’architettura del sistema economico-finanziario (le cause) ma di apportare dei correttivi ai suoi effetti più evidenti e drammatici. Come sa chiunque abbia nozioni elementari del progetto di sistemi, si può riportare sotto controllo un generico sistema X instabile mediante sottosistemi di correzione, ma a tale scopo è essenziale conoscere il modello intrinseco del sistema X (in altre parole il sistema deve essere completamente conosciuto e descrivibile con un modello). Ma il modello astratto di un sistema costruito senza progetto (come l’attuale sistema economico-finanziario) è conoscibile solo mediante reverse engeneering di tipo “scatola nera”, inadeguato a fornire un modello intrinseco univoco.
3. Intervenire sulle cause. Questo presuppone, nel breve termine, la segmentazione del sistema esistente (a livello regionale e interrompendo le interazioni notoriamente più critiche, ad esempio separando banche commerciali dalle banche di investimento) per riportarlo sotto controllo (come propone Walden Bello) e, nel lungo termine, la sua riorganizzazione radicale secondo una nuova architettura economico-finanziaria che ne assicuri stabilità e controllabilità (un keynesismo adattato al nuovo millennio).
Ritengo che le prime due opzioni siano palliativi, che potranno soltanto trascinare a lungo la situazione di crisi per poi degenerare in regimi autoritari, come teme Luciano Gallino. La terza opzione è l’unica realistica dal punto di vista intellettuale, ma è pressoché priva di sostenitori sociali, dal momento che da decenni l’intero schieramento politico è stato pietrificato dalle sirene neoliberali.
Dunque, il nostro destino sembra ineluttabile: un regime autoritario prometterà di mettere fine al dominio distruttivo dei mercati, ma lo farà con mezzi fascisti. Come dice Luciano Gallino “vari segni inducono a supporre che molti esponenti del sistema finanziario mondiale non sarebbero turbati da questo esito”.

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tony_montana_ii 6 luglio 2011 alle 20:55
@ben900
Lo so, ero un po’ cattivello… però dava i suoi risultati: si può dire che ero il Mourinho delle ripetizioni! :D
@valerio38
Personalmente, nonostante le nostre a volte fin troppo accaldate discussioni, la terza opzione è quella che più mi aggrada. Il problema centrale però l’hai detto all’inizio: chi è l’organismo politico che deve diventare il protagonista di quest’azione?
Inoltre, non credo che nel mondo sia in atto una deriva neo-fascista. Al contrario io vedo che molta più gente sta diventando cosciente del mondo intero a livello globale.

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@ Valerio_38 (20:21)
Trovo un po’ ridicolo che io e te ci mettiamo a discutere dei “modi per dare soluzione” alla globalizzazione.
Invece è proprio il nostro compito; di noi, intendo, che facciamo parte della rete e commentiamo in un blog. Beninteso, se anche tu come me persegui l’obiettivo di creare informazione corretta e controinformazione.
Chi, quale soggetto? Per fare che cosa?
Perché – l’ho già scritto – anch’io come Walner Bello credo che il soggetto principale debba essere il popolo, in primo luogo il popolo del web, a farsi promotore di un’azione di raccolta, elaborazione, distribuzione delle informazioni, pungolo, controllo sulle istanze politiche e, tramite queste, sui soggetti economico-finanziari, per operare su un duplice piano: 1) far riprogettare l’intero sistema secondo principi socialdemocratici (terza opzione); 2) apprestare, nel frattempo, correttivi e misure adeguate per gestire al meglio la situazione (seconda opzione), che può diventare insostenibile ed esplosiva (dando la stura ed il pretesto a soluzioni fascistiche).
Soluzioni
Non mi arrischio a delineare soluzioni sistemiche e palingenetiche, ma è chiaro che occorre limitare da subito gli effetti perversi della globalizzazione nell’economia reale. Io, credo di averlo già detto, come fanno tantissimi altri, individuo tre fattori su cui intervenire: 1) la sottovalutazione dello yuan cinese (e del dollaro USA), che equivale a mettere un dazio sulle importazioni cinesi (o americane); 2) il dumping sociale, la cui gestione è politica (cioè in mano al partito comunista cinese); e 3) l’assenza di controlli qualitativi e normativi efficaci ed incisivi sulle merci cinesi o orientali o extra UE prodotte dalle nostre aziende delocalizzate, importate in UE.
Per quanto riguarda il punto 1), faccio due osservazioni: a) lessi tempo fa che la Cina ha riunito un gruppo di esperti internazionali, e ne tratta anche negli incontri bilaterali internazionali, per studiare le cause prima del declino e poi della dissoluzione dei vari imperi, incluso ovviamente quello romano, che si sono succeduti nella storia; b) ha fatto tesoro di un caso di studio molto più recente – il Giappone – che 25-30 anni fa accettò l’invito degli USA a rivalutare lo yen per riequilibrare gli scambi commerciali, e ne ha pagato a lungo poi le conseguenze negative. Questo per spiegare la renitenza della Cina a rivalutare lo yuan (o renminbi): difficilmente lo farà. Altrettanto si può dire per il punto 2), in ordine al quale giocheranno un ruolo, in via prioritaria, i lavoratori cinesi (che già hanno ottenuto significativi miglioramenti salariali); in via subordinata e complementare, i sindacati mondiali. Il punto 3) – la gestione dei prodotti importati, inclusi quelli delle imprese occidentali de-localizzate – secondo me costituisce la variabile controllabile su cui occorre ed è possibile intervenire con dei correttivi adeguati.
Infine, a livello nazionale, è fondamentale apprestare un mix di misure che, da un lato, aumentino le tutele di welfare, riformino il mercato del lavoro, varino un corposo piano di alloggi pubblici; dall’altro, trovino le risorse finanziarie, chiamando a contribuire secondo capacità di reddito e consistenza patrimoniale.
I numeri elettorali, se opportunamente spiegate e propagandate, sono dalla parte di queste misure; i partiti di centrosinistra non potranno non seguire (lo stanno già facendo). Ma bisogna evitare di fare ammuina.

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@vincesko, post del 6 luglio 2011 alle 23:50
Mi sembra chiaro che il quadro interpretativo che ti sei costruito ruota attorno a uno dei due grandi processi in atto (processo A: delocalizzazione delle manifatture dall’Occidente alla Cina e ai paesi dell’Europa Orientale) mentre ignora/trascura completamente l’altro grande processo (processo B: la finanziarizzazione delle economie dell’Occidente).
Ma è la compresenza dei due processi che rende particolarmente distruttiva la crisi in atto. Il processo A deprime i salari nei paesi origine delle delocalizzazioni (e, indirettamente, ha creato le condizioni per l’insolvibilità in massa dei mutuatari USA i cui titoli di debito erano stati impacchettati dalle holding finanziarie globali nei titoli tossici poi venduti in tutto il mondo), il processo B propaga la crisi finanziaria in tutto il mondo (provocando, in tutto il mondo, la improvvisa perdita di valore della montagna di carta dei titoli di debito il cui valore nominale, per inciso, supera di molte volte il PIL mondiale).
Per capire con quali strumenti sia possibile arginare le conseguenze della crisi in atto (che sta ormai minacciando interi stati) bisogna chiedersi chi sono i colpevoli, chi ha avviato i due processi A e B.
E la risposta è sconsolante. I due processi sono stati avviati in modo bipartisan da destra (liberali e conservatori europei e USA) e sinistra (riformismo pavido europeo e liberal USA), perché in entrambi gli schieramenti, nel corso degli anni ’80 e ’90, sono diventate dominanti le correnti ideologicamente incatenate ai dogmi neoliberali.
Una volta avviati quei due processi, più essi avanzano, più è difficile anche solo fermarli, e ancora di più rimuoverne le cause.
Per fermare i due processi bisogna infrangere i dogmi neoliberali, cosa che il campo della destra (dominato dai neoliberali avidi) nemmeno si sognerebbe mentre il campo della sinistra (dominato dal riformismo pavido) non ha il coraggio intellettuale di pensare. Perché per fermare la deriva in atto bisognerebbe risegmentare il mercato mondiale (ripristinando barriere doganali fra aree economiche, in modo da interrompere i flussi di merci e capitali che sostengono il processo A), e segmentare il sistema finanziario, riportando le holding bancarie nei confini nazionali (o regionali, ad esempio la regione UE) e poi ripristinando la separazione fra banche commerciali garantite dai governi (raccolta del risparmio e prestiti coperti da solide garanzie) e banche di investimento, non garantite dai governi e quindi esposte al concreto rischio di fallimento (in modo da interrompere la creazione/cartolarizzazione/distribuzione del debito che sostiene il processo B).
La tua idea che gli interventi debbano concentrarsi su una parte del processo A, immaginando che “i cattivi” siano i cinesi e che basti scatenare una campagna anticinese (come negli anni ‘80 fu scatenata in USA una campagna antigiapponese, che Reagan portò al successo con gli accordi capestro dell’hotel Plaza) per “risolvere il problema della globalizzazione” è fuorviante.
I cattivi non sono “i cinesi”, quanto piuttosto le norme che hanno consentito alle multinazionali occidentali di delocalizzare le manifatture dall’Occidente verso la Cina e i paesi dell’Europa Orientale (processo A) e quelle che consentono oggi alle holding bancarie TBTF di ricattare i governi (minacciando una crisi finanziaria globale) in modo da estorcere ai popoli occidentali risorse di liquidità illimitate (scaricando sui contribuenti gli oneri derivanti dal fallimento del loro “modello di business”, con il risultato di deprimere ulteriormente il ciclo economico nei paesi dell’occidente) che utilizzano per continuare a speculare ai danni di quegli stessi popoli (processo B).
A suo tempo non fu particolarmente difficile, per le lobby del big business, trafficare nei sotterranei dei governi e dei parlamenti occidentali in modo da modificare le norme che impedivano l’avvio dei processi A e B. Assai più difficile, oggi e domani, ottenere che le norme modificate vengano ripristinate, dal momento che non si vede all’orizzonte, in nessun paese occidentale, un soggetto politico e sociale in grado di far prevalere queste istanze. Le chiacchiere sul web sono meglio di niente, ma se le chiacchiere non mettono in moto processi nel mondo reale (revoca di mandati a partiti, scioperi di massa, minacce all’ordine pubblico, ecc.), non disturbano il manovratore, che, da parte sua, non ha nemmeno bisogno di impegnarsi direttamente sul web, dal momento che a confondere le idee (additando i ribelli come responsabili del disordine) provvedono tanti “volonterosi e inconsapevoli” carnefici.
Cosicché è facile prevedere che l’opposizione sociale ai processi A e B tenderà a incattivirsi in spinte ribellistiche senza sbocco (moderne jacqueries), con il rischio che alla fine l’esasperazione e la frustrazione sociale si arrenda a tentazioni autoritarie di tipo fascista, qualora esse promettano di fermare i processi della globalizzazione e di ripristinare le sovranità nazionali. I fascismi sono sempre la conseguenza dell’incapacità delle forze politiche democratiche di svolgere un ruolo di rappresentanza degli interessi generali della società. Va a finire che di questo compito si fanno portatori regimi autoritari.

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tony_montana_ii 7 luglio 2011 alle 12:26
@valerio38
Siccome se si parla di economia, non mi sento in grado di discutere con la stessa competenza di fisica, ho mandato quello che hai scritto ad un mio amico, liberale e liberista, che è a Londra. Voglio sentire un’altra campana, perché le cause che tu adduci come scatenanti della crisi a me, da mezzo ignorante in materia non quadrano affatto (né la A né la B). Non sarò bravo a fare 2+2, anche con un phd in fisica…

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@ Valerio_38 (12:09)
Ottimo commento, mi è piaciuto! Tranne:
1) Di nuovo mi attribuisci colpe che non ho: non ignoro/trascuro completamente l’altro grande processo (processo B: la finanziarizzazione delle economie dell’Occidente). Se controlli, ho scritto
Chi, quale soggetto? Per fare che cosa?
Perché – l’ho già scritto – anch’io come Walder Bello credo che il soggetto principale debba essere il popolo, in primo luogo il popolo del web, a farsi promotore di un’azione di raccolta, elaborazione, distribuzione delle informazioni, pungolo, controllo sulle istanze politiche e, tramite queste, sui soggetti economico-finanziari, per operare su un duplice piano: 1) far riprogettare l’intero sistema secondo principi socialdemocratici (terza opzione); 2) apprestare, nel frattempo, correttivi e misure adeguate per gestire al meglio la situazione (seconda opzione), che può diventare insostenibile ed esplosiva (dando la stura ed il pretesto a soluzioni fascistiche).
E’ che, siccome sono ignorante in materia, lascio a te ed agli altri esperti la riprogettazione dell’intero sistema (speriamo che il FSB di Mario Draghi presenti a ottobre qualcosa di almeno passabile per la parte finanziaria; sono sicuro che tu sei molto scettico).
2) Nessuna “campagna anti-cinese”, ma rendere più severe e cogenti le regole e più incisivi i controlli; applicare come UE un criterio severo di reciprocità verso tutti i Paesi, anche la Cina e gli USA.
3) Dobbiamo prendere l’abitudine di chiamare i “volonterosi e inconsapevoli” carnefici e soprattutto quelli consapevoli al soldo dei ricchi, UTILI IDIOTI: mi sono accorto che è molto più efficace.
4) Io ho una mentalità concreta, pragmatica, “goal oriented”: devo dare un senso – o almeno se lo faccio mi diverto molto di più – al tempo che spendo a scrivere nel web. Gli esperti pare annettano un’importanza crescente, in prospettiva forse determinante, al ruolo degli internauti sugli esiti politici ed elettorali. Pertanto, sto diventando anch’io ancor più consapevole dell’influenza che ciascuno di noi e l’insieme possiamo esercitare. Anche i partiti, ovviamente, ne sono consapevoli. Si tratta di dargli un’organizzazione. Ad esempio, elaborando, come ho fatto io (a fatica, credimi, per le terribili resistenze “culturali”) in PDnetwork, il documento di 11 pagine, che poi ho inviato ad una cinquantina dei principali esponenti del partito.
5) Io, al riguardo, immagino si potrebbe fare: a) in primo luogo, “stanare” e coinvolgere l’esimio Piergiorgio Odifreddi, il quale è reduce dalla gita in barca proprio a cogitare sulle sorti e le soluzioni per l’Italia (hai visto? non ne ha mai scritto. È reticente…); b) elaborare un documento (i tuoi ‘post’ sono quasi già bell’e pronti da trasmettere…) da inviare, ad esempio, sia alla neonata rivista “TamTam democratico”, che, soprattutto, a qualche esponente importante dei partiti di centrosinistra (incluso Romano Prodi). Che ne pensi? (Che ne pensate?).

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@Valerio_38
Analisi condivisibile la tua delle 12″09: quanto ai punti A e B le cose stanno proprio come dici, ed è anche vero che all’origine di questa politica c’é una responsabilità bi-partisan di destra e sinistra in tutta Europa. Inutile che ti dica che queste scelte nella loro sostanza non sono né liberali né neo-liberali, ma presumono l’assunzione di una visione liberista di tipo monetarista da parte di conservatori e socialisti di tutto il mondo che hanno creato questa sorta di monstrum statalista-liberista, che unendo il diavolo e l’acqua santa (scegli tu chi è il diavolo e chi l’acqua santa) ha cercato di imporre un modello di tipo finanziario che ha fornito una indebita centralità sovranazionale alle grandi banche ed alle grandi multinazionali: L’Europa lungi dall’essersi sviluppata come una realtà politica è nata e si è sviluppata nella prospettiva di questo monstrum globale sostenuto dalla grande finanza internazionale.
Sono convinto come te che l’Occidente stia scivolando verso derive di tipo autoritario e che il problema sia nato dal tentativo di garantire all’occidentale medio, tramite bolle finanziarie, la possibilità di mantenimento dei livelli di vita che erano stati raggiunti alla fine degli anni 80, questo anche per garantire eguali profitti ai vari sistemi industriali, in mano a sempre meno gruppi in una logica di oligopolio che non ha hulla di liberale. La delocalizzazione è il tentativo di allargare il campo di intervento per sfruttare nuovi mercati in crescita, ma i problemi di saturazione prima o poi verranno anche da questa parte, e secondo me la soluzione non è tanto nella creazione di nuove barriere doganali e nella rilocalizzazione e ridefinizione di spazi statali protetti, che potrebbe però essere una soluzione valida a breve termine, quanto nel tentativo di ripensare un modello di sviluppo globale con nuove priorità e una nuova capacità critica di interdizione da parte di chi vive in una moderna democrazia ed un potere di scelta e di indirizzo comunque ce l’ha.
Sono comunque temi molto complicati ed in questo blog non credo ci sia lo spazio adatto per approfondire, a meno di non provare ad organizzare cose come quelle di Madrid.

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A proposito di barriere doganali:
L’Unione europea abbatte i dazi con la Corea del sud
In vigore dal 1° luglio l’accordo di libero scambio che nel giro di cinque anni azzererà le tariffe di importazione tra i due mercati

http://www.businesspeople.it/Business/Economia/L-Unione-europea-abbatte-i-dazi-con-la-Corea-del-sud_21981

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Il .6.7 23:50, ho scritto:
Altrettanto si può dire per il punto 2), in ordine al quale giocheranno un ruolo, in via prioritaria, i lavoratori cinesi (che già hanno ottenuto significativi miglioramenti salariali); in via subordinata e complementare, i sindacati mondiali.
Cina, operai di Jean Ruffier
La primavera degli operai cinesi
06/07/2011
Nel Guandong gli operai della nuova generazione vogliono guadagnare di più con ritmi di lavoro più sopportabili. Industriali, sindacalisti e politici si trovano di fronte a problemi che non hanno mai affrontato
La buona notizia è che in Cina i salari stanno crescendo.
Dalla primavera del 2010 si succedono nel sud del paese, e non solo, ondate di scioperi spontanei, che normalmente si concludono con aumenti salariali consistenti. Nella ricca provincia costiera del Guangdong, tra Canton (in cinese: Guangzhou) e Shenzhen, nel cuore della “fabbrica del mondo” gli operai di molte imprese, sia multinazionali straniere che cinesi (private o pubbliche) hanno ottenuto nel corso del 2010 aumenti salariali dell’ordine del 30-40 per cento. Le imprese di Taiwan e di Hong Kong dichiarano aumenti medi del 14 per cento nelle loro filiali cinesi. Nelle principali città i salari minimi stabiliti per legge sono stati aumentati del 18 per cento. Il nuovo piano quinquennale prevede un aumento salariale medio del 15 per cento annuo.
Tra le cause di questa nuova tendenza, l’eccesso di domanda sull’offerta di lavoro, qualificato e non (c’è penuria di forza lavoro in tutta la regione), dopo due decenni di fortissima crescita industriale; l’arrivo sul mercato del lavoro dei giovani della “generazione dei figli unici”, più consapevoli e combattivi; e l’assottigliarsi dell’esercito di riserva dei migranti interni, perché anche molte province interne si sono industrializzate (è il caso, ad esempio, di Chong Quing, dove ha aperto il nuovo stabilimento Iveco, accanto a molti altri)
Abbiamo chiesto a Jean Ruffier, un sociologo francese con una lunga esperienza di indagine sul terreno a Canton, di scriverci un suo commento.
(nota introduttiva di Giovanni Balcet, 5.7.2011)
[…]. Tutti questi elementi fanno prevedere che i salari aumenteranno rapidamente nel sud della Cina. Ciò non influenzerà minimamente la presenza di imprese straniere. Certo, diventerà meno interessante la localizzazione in Cina per sfruttare i bassi salari, ma coloro che sono già localizzati ci rifletteranno prima di andarsene, in un momento in cui sta per verificarsi un aumento del potere d’acquisto locale. La primavera degli operai del sud della Cina è dunque cominciata.
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/La-primavera-degli-operai-cinesi-8842
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@ Valerio_38
Ti informo che ho ‘postato’, in calce all’articolo di Sbilanciamoci.info che ho riportato sopra, un tuo ed un mio commento sulla globalizzazione.
P.S.: Non hai ancora risposto al mio commento-invito del 7.7 17:35, ma presumo non sia una distrazione.
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Sempre sulla Cina (in calce ho ‘postato’ un mio commento sui PIL che s’inseguono):
Bric/Cina di Vincenzo Comito
L’economia cinese è in difficoltà?
06/07/2011
commenti (1)
Bric/Cina. Può durare indefinitamente una crescita economica che viaggia al ritmo del dieci per cento all’anno? Ecco alcuni spunti per riflettere in un modo argomentato sulla questione

http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/L-economia-cinese-e-in-difficolta-8839
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Per chi fosse interessato.
Ho incrociato la prima volta il calcolo dei PIL che si inseguono negli anni ’70 in un saggio di Giorgio Fuà.
“I PIL che si inseguono”.
Ecco una coppia di nomogrammi universali per il calcolo del numeri di anni nei quali il PIL2 (il minore dei due) insegue il PIL1.
Come si usa:
1) Nel primo grafico in alto, nella X scegliere il rapporto PIL1/PIL2 (supponiamo 4).
2) Ottenere il Coeff_molt sull’asse delle x (nel caso di esempio, 1,3)
3) Nel secondo grafico, nella X scegliere il rapporto tra il tasso di incremento del PIL1 (il maggiore dei due) rispetto al PIL2, nella forma 1+t%/100. Dunque, se il t1 è il 3.5%, si deve calcolare 1+0,035=1,035. Se t2 è 8%, si deve calcolare 1,08. Dunque il rapporto è 1,08/1,035=1,04.
4) Calcolare il numero di anni prendendo la Y (nel nostro caso 25) e moltiplicandola per il coeff_molt (25*1,3=32,5 anni).
(Purtroppo, le figure non escono. Se qualcuno mi dice come si fa…).
Non ci vuole un secolo, ma molto molto meno, a differenziale costante, perché la Cina raggiunga gli USA.
Nell’ipotesi di un rapporto tra i due PIL pari a 4, e di un differenziale di poco più di 4 punti percentuali, ci vorranno 32,5 anni. Ma in effetti il differenziale attualmente è pari a oltre 6 punti (+ 10% per la Cina contro il +3,5% USA), per cui, coeteris paribus, ci vorranno 17*1,3=22,1 anni.
Al netto del coefficiente correttivo (1,3 equivale ad un PIL circa quadruplo del Paese inseguito rispetto a quello del Paese inseguitore, ma ora tra USA e Cina è circa triplo), per ogni raddoppio del differenziale, diciamo così (in effetti della variazione del rapporto tra i due indici), il numero degli anni si dimezza. Infatti, se il rapporto PIL1/PIL2 è pari a 1,02 ci vogliono 50 anni, se è pari a 1,04 ne occorrono 25, se è pari a 1,08 ne bastano 12,5.
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P.S.:
Ricavo dall’articolo di V. Comito sulla Cina:
2) nel supplemento dell’”Economist” già citato, in un secondo testo precedente (Economist, 2011), nello scritto di Wolf e in uno di Magnus (Magnus, 2011) viene ricordato il problema della “trappola dei paesi a medio reddito”. Si fa riferimento al fatto che, spesso, a un certo punto dei processi di sviluppo di un paese, la crescita rallenta o svanisce del tutto. Così, guadagnare per un certo periodo terreno sulle nazioni già sviluppate è molto più facile che raggiungerle. Secondo le analisi sviluppate da alcuni studiosi (Eichengreen, Park, Kwano Shin, 2011) la soglia critica può essere fissata al livello di 16.740 dollari di reddito pro-capite misurato con il criterio della parità dei poteri di acquisto. Soltanto il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore sono riusciti a fare il salto negli ultimi 60 anni. Il fatto è che man mano che l’economia cresce essa diventa più complessa e richiede, per continuare a svilupparsi, grandi mutamenti strutturali, tra i quali una molto maggiore capacità di innovazione (prima, aumentare la produzione era più semplice e bastava copiare quello che avevano già fatto i paesi ricchi) e la messa in opera di istituzioni di grande qualità, in particolare nell’area legale. Il problema, su questo ultimo fronte, è che la riforma si scontrerebbe in Cina con il primato del partito sullo stato e sul potere giudiziario. Per altro verso, dal punto di vista più strettamente tecnico, un rischio rilevante è quello che un paese emergente possa, a un certo punto, perdere competitività nelle industrie “labour-intensive” e non riuscire però a trovare nuove fonti di crescita; […].

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Ancora da Sbilanciamoci.info:
Bretton Woods, Fmi, rating di Sergio Bruno
Il fratello di Prometeo/1
08/07/2011
La condotta delle maggiori economie mondiali dai tempi di Bretton Woods alle attuali condanne delle agenzie di rating. Pubblichiamo la prima parte di un articolo di Sergio Bruno. Che sostiene: siamo passati dalla cultura di Prometeo (“colui che riflette prima”) a quella del suo maldestro fratello Epimeteo (“colui che riflette dopo”)…
[…]. La ragione di questa sostanziale irrilevanza della sovranità politica sta nei ristretti margini in cui si muovono le politiche di bilancio. In un articolo di qualche settimana fa (“Tutto cominciò con un divorzio”http://sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Tutto-comincio-con-un-divorzio-8396 ) ho ricondotto ciò agli effetti cumulativi di un percorso perverso avviato negli anni ‘80 del Novecento con la cessione alle banche centrali del potere statuale di signoraggio monetario. Il problema è stato ulteriormente chiarito da Luciano Gallino (“La crisi greca e le colpe della Ue”; ma si veda anche il suo recente libro “Finanzcapitalismo”). […].
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P.S.:

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@vincesko, post del 9 luglio 2011 alle 14:41
No, non è per distrazione che non ho risposto al tuo invito. Il fatto è che il mio giudizio sulle attuali leadership del centrosinistra italiano è molto drastico: sono direttamente responsabili dell’attuale stato di degrado del paese e dello stato comatoso dell’elaborazione teorica. Ne ho tratto, da tempo, una convinzione radicale: nulla potrà cambiare se non verranno spazzati via (tutti) questi pigri eredi di tradizioni storiche dignitose. E questa convinzione si rafforza quando si vedono emergere, come segni del “nuovo”, i Renzi, i Boeri e gli Ichino, un “nuovo” più vecchio del vecchio. L’unico sforzo dei “nuovi” sembra quello di presentarsi, già ora, come volonterosi carnefici, ansiosi di essere adottati come “nuovi” compagni di strada dal capitale finanziario non appena il discredito dei nani e delle ballerine del centrodestra supererà la soglia di tolleranza. In altre parole: nessuno di loro si pone l’obbiettivo di incivilire il moderno capitalismo finanziario (assoggettandolo ai vincoli necessari), ma quello di subentrare ai nani e alle ballerine nel ruolo di maggiordomi del capitalismo finanziario selvaggio. Gli “esponenti importanti dei partiti di centrosinistra” (ai quali ritieni utile rivolgerti) sono importanti (o comunque ritenuti tali dalla stampa compiacente) proprio perché palesemente disponibili a svolgere questo ruolo.

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P.P.S.:

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Dietrologia
Nella Lettera di PDnetwork (nei “principali parametri di macroscenario”; vedi anche nota 3), ho scritto che le transazioni finanziarie pare assommino a 4 mila miliardi al giorno. Chomsky evidenzia che uno dei principali problemi della nostra epoca è la globalizzazione dei capitali, ma non del potere politico.
Nel suo editoriale del 19 dicembre 2010, “Nove banche vogliono dividere l’euro in due”, Eugenio Scalfari, citando il New York Times, ha scritto:
“(…). È vero, gli “hedge funds” sono un’ingente massa di manovra ma non rappresentano il cervello della speculazione. Il cervello sta al vertice del sistema bancario internazionale e vede insieme sia le grandi banche di credito sia le grandi banche d’affari americane, inglesi, svizzere, tedesche. Il “New York Times” ha descritto pochi giorni fa il funzionamento di questa “Cupola” ed ha anche indicato le banche che la compongono: J. P. Morgan, Bank of America, Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse, Barclays, Citigroup ed altre per un totale di nove. Ma ciascuna di esse possiede una quantità di partecipazioni e diramazioni in tutto il mondo e capitali immensi a disposizione.
In un giorno fisso della settimana i capi delle nove banche principali si riuniscono in un club riservato, esaminano gli ultimi dati sull’occupazione, sui mutui immobiliari, sulla produzione manifatturiera, sui tassi di cambio delle principali valute (dollaro, euro, yen, yuan), sugli “spread” tra i principali debiti sovrani, sulle materie prime. L’esame dura un’ora o poco più. Poi tirano le somme e decidono come muoversi sui mercati oppure non muoversi e restare in attesa”.

http://www.repubblica.it/politica/2010/12/19/news/nove_banche_vogliono_dividere_l_euro_in_due-10377795/
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P.S.:
E’ soltanto il libero gioco del mercato o anche la conseguenza dell’input della “Cupola”?
Un regno che affonda in un mare di scandali
di EUGENIO SCALFARI
[…]. Ribadito che la reazione negativa dei mercati è motivata principalmente dall’implosione della maggioranza di centrodestra, occorre tuttavia esaminare la manovra nella sua impostazione politica e tecnica, ambedue estremamente manchevoli. […]. 

http://www.repubblica.it/politica/2011/07/10/news/scalfari_10_luglio-18919337

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@tony_montana_ii, post del 10 luglio 2011 alle 15:09
Mi sembrava di avere ampiamente replicato alla tua domanda in numerosi miei post.
Ma se non ti ho convinto, ebbene, mi toccherà ripetermi. Me ne scuso con gli altri frequentatori del blog.
Confido che della tua formazione scientifica facciano parte nozioni di controlli automatici e teoria della regolazione. Se un sistema (come l’attuale sistema finanziario) è stato implementato sulla base di modelli astratti falsi, che probabilità avrà, secondo te, di essere, per cun caso fortuito, permanentemente stabile e controllabile? O non sarà, pressoché con certezza, soggetto a dinamiche tali da innescare retroazioni positive che lo porteranno all’autodistruzione? E questo non è proprio quello che è già successo verso la fine del 2007? E non sono ancora all’opera, intatte, le dinamiche che hanno portato alla crisi?
Mi sembra di capire che tu confidi (o speri) che l’esito al quale il sistema è destinato non sia (ancora?) classificabile come “catastrofe”.
Va bene, non c’è problema. Fissa tu la condizione che, secondo te, separa lo stato di crisi “non catastrofica” dallo stato di “crisi catastrofica”. Poi ti rimarrà solo da aspettare per stabilire se la tua certezza (o speranza) sia sensata.
Ma ti faccio notare, montana, che non stai assistendo a una corsa di cavalli o a una partita di calcio, stai vivendo in diretta le conseguenze della rimozione dei famosi “lacci e lacciuoli” che facevano tanto orrore ai liberali degli anni ‘80 e ‘90 (inclusi i volonterosi come Eugenio Scalfari, che ancora oggi dà lezioni a destra e a manca ma non ha mai fatto ammenda delle sue errate lezioni passate), le conseguenze della eliminazione delle regole alle quali era stato assoggettato il capitale finanziario dopo la crisi degli anni ’30, regole che erano state pensate per addomesticare (incivilire) le sue irrazionali esuberanze (copyright Alan Greenspan).
Grazie alla deregulation e alle liberalizzazioni degli anni ’80 e ’90 si sono legittimate pratiche considerate in precedenza “fuorilegge”, per cui i manager delle holding finanziarie sono oggi, a tutti gli effetti, dei fuorilegge (come è un fuorilegge chiunque agisca al di fuori di qualsiasi vincolo di tutela degli equilibri sociali).
L’ortodossia liberale ha convinto i decisori politici ad affidare l’economia all’azione incontrollata di fuorilegge. E proprio in conseguenza della mancanza di regole, i fuorilegge si sono esposti troppo (John Law confidava che il suo castello di carte reggesse grazie al sostegno della monarchia, i moderni fuorilegge confidavano che il loro castello di carte reggesse sulla finzione dei famosi algoritmi matematici che avrebbero dovuto calcolare con precisione, e dunque mettere sotto controllo definitivamente, il rischio di insolvenza).
I moderni John Law, esattamente come il loro capostipite storico, hanno inventato un meccanismo intrinsecamente truffaldino e lo hanno sfruttato a fondo, fino a provocare la crisi finanziaria mondiale (in atto da tre anni, ormai). Ma a differenza del loro capostipite, una volta esplosa la crisi, i moderni fuorilegge non sono stati costretti a fallire, non sono stati costretti ad assumersene la responsabilità, non sono finiti in galera.
I moderni governi liberali, molto più stupidi dei monarchi del XVIII secolo, si sono fatti trascinare dai moderni John Law (assai più smaliziati del loro capostipite) fino alla resa sotto ricatto. Terrorizzati all’idea di un crollo catastrofico (qui la parola è ammissibile, montana, o è espunta definitivamente dal tuo vocabolario?) del sistema finanziario, i governi liberali hanno accettato di accollare alle banche centrali l’esposizione finanziaria dei moderni John Law (cioè si sono fatti intermediari affinché la truffa venisse scaricata sugli ignari e innocenti contribuenti). Grazie a questa operazione, che ha trasferito la (promessa di) catastrofe sui bilanci pubblici, mimetizzandola agli occhi di montana, ora i fuorilegge dispongono di abbondante liquidità.
Cosa ne faranno, montana, secondo te? La useranno per risolvere i problemi della disoccupazione giovanile? O quelli della fame nel mondo? O qualche altro problema che riguardi i 7 miliardi di abitanti del pianeta?
No, da buoni fuorilegge, li usano e li useranno per speculare sui titoli di debito di quegli stessi governi che, con il ricatto, hanno costretto ad accollare ai contribuenti la loro esposizione finanziaria.
Ebbene sì, oggi i governi liberali forniscono ai moderni John Law i mezzi finanziari per speculare sul rischio di default dei bilanci pubblici, i cui deficit sono “usciti di controllo” proprio a causa di quegli stessi moderni John Law.
E’ quello che sta succedendo, montana, è sotto i tuoi occhi, ti basta aprirli per vederlo.
Ti sembra che una situazione del genere induca a confidare che la crisi non peggiorerà fino a superare la soglia che tu stabilirai, oltre la quale potrai consdierare la crisi “catastrofica”?
Caro montana, se qualcosa può fermare la deriva in atto, non potrà avere alcuna parentela con le ortodossie neoliberali.
Ma una cosa deve essere chiara. Questa volta non sarà possibile scaricare la responsabilità su qualcun altro. Questa volta la responsabilità (ideologica e politica) è chiara.

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@ Valerio_38 (09.07 16:49)
Pietro Ichino
L’anno scorso, ho espresso più o meno lo stesso tuo concetto con queste parole, in un mio commento ad un articolo su “Europa”:
“I Senatori Pietro Ichino, Tiziano Treu e Cesare Damiano non hanno una grossa “audience” né a sinistra, né nel centrosinistra. Credo, anche basandomi sui commenti dei lettori dei giornali on-line, essenzialmente per due motivi: il primo, perché, quando progettano le loro belle e razionali riforme, si preoccupano di considerare tutte le variabili in gioco, ma poi, quando le traducono in articolati di legge di attuazione, per problemi di copertura finanziaria, ma anche per un fatto – come dire? – di cultura, di logica e di etica di fondo nazionale piuttosto stortignaccole e strabiche, omettono sempre una gamba del tavolo: quella di sostituire le tutele e le indennità particolari e selettive dei tanti privilegiati (tra cui quelle dei parlamentari) con quelle universali”.
Dopo di che, però, ho fatto tre cose:
1. mi sono iscritto alla newsletter di Ichino (e di Damiano) e ne seguo le iniziative; devo riconoscere che è una persona seria, più sincera e netta di Tiziano Treu (anch’egli però legislatore pentito), che è molto più incline a fare il pesce in barile;
2. ho “bilanciato”, nel documento di 11 pagine di PDnetwork, la propensione del coautore (al 20%) a favore di Pietro Ichino, sia aggiungendo le altre tre proposte del PD (maggioritarie, peraltro, nel partito) e chiedendone esplicitamente il coordinamento, sia inserendo una critica esplicita al DdL Ichino, laddove (vedi nota 9) ho scritto: “Sia l’ipotesi Ichino, sia l’ipotesi recente della CGIL non hanno il carattere della universalità ed esprimono un’ottica centrata sulla figura del lavoratore occupato, con un’accumulazione nel tempo di contributi a carico delle imprese, soprattutto, e dei lavoratori; per erogare, in sostanza, sussidi di disoccupazione, la prima per un arco temporale di 4 anni, la seconda di 3 anni; anche il suggerimento del governatore Draghi e la proposta di legge della deputata Marianna Madia hanno entrambi un’ottica parziale e volano basso, disinteressandosi tutti e quattro di milioni di persone che sono forse in situazioni ancora peggiori dei precari, come ad esempio le centinaia di migliaia di OVER 45 (stimati in un milione), la più parte con famiglia a carico, rimasti disoccupati e “troppo vecchi per il lavoro, troppo giovani per la pensione”, che quasi nessuno considera”.
3. Ho avuto con lui uno scambio di e-mail (è uno dei pochi parlamentari che rispondono) e sono stato piuttosto severo sul suo modo di comunicare. Ha una cattiva stampa a sinistra, talora a torto.
Funzione ed efficacia della divulgazione sul web
Presumo di aver incrociato, per la prima volta ieri sera, dei tuoi ‘post’ nel web, dai quali si deduce una qual certa tua attività divulgativa – diciamo così – anche al di fuori di questo blog, Ne so quindi poco, tuttavia permettimi di dirti che forse ti sei scelto degli interlocutori-alleati, consentanei a te ideologicamente, ma, anche per questo, non della massima efficacia.
Io credo che, con la difficoltà oggi di farsi luce nel mare magno della comunicazione, e al netto della possibilità che avrebbe un singolo politico o un singolo partito di mutare più che un ette dell’odierno assetto economico-finanziario, vale comunque la considerazione empirica che, come ci vuole lo stesso impegno e la stessa fatica a corteggiare una bella come una brutta donna, la possibilità di successo è la stessa, e talora in realtà può essere più facile conquistare quella bella, con maggior soddisfazione, così vale per gli uomini politici, destinatari da privilegiare, attesa la loro prerogativa di fare le leggi: talora è più facile, se hai argomenti validi, fare breccia in quelli di primo piano che nei peones, e comunque lo sforzo è lo stesso e, in caso di riuscita, l’efficacia enormemente superiore.
A buon intenditore poche parole.


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