sabato 20 giugno 2015

Come il volo dell’uomo-cannone


A causa delle avarie frequenti della piattaforma IlCannocchiale, dove - in 4 anni e 5 mesi - il mio blog Vincesko ha totalizzato 700.000 visualizzazioni, ho deciso di abbandonarla gradualmente. O, meglio, di tenermi pronto ad abbandonarla. Ripubblico qua i vecchi post a fini di archivio, alternandoli (orientativamente a gruppi di 5 al giorno) con quelli nuovi.

Post n. 346 del 09-07-13 (trasmigrato da IlCannocchiale.it)
Come il volo dell’uomo-cannone


Il giorno 1/7 u.s., alle ore 11:45, al cospetto del mastodontico Real Albergo dei poveri, [1] sono stato investito sulle strisce pedonali in Piazza Carlo III a Napoli, nella corsia (quella più vicina al palazzo) che porta a Via Foria, e mi sono prodotto, mio malgrado, in una performance balistica da uomo-cannone, che poteva finire male. Un'auto – sbucata inaspettatamente poiché coperta alla mia vista da un furgoncino che si era correttamente fermato per farmi passare – mi ha colpito alle ginocchia (mi ero girato verso l’auto all’ultimo secondo facendogli il segno di fermarsi; e, un attimo prima del colpo, non ci crederete, ho pensato soltanto: è la prima volta che mi succede, sono curioso di vedere come va a finire), dopo un volo di circa 4 metri (credo all'altezza di circa un metro da terra) sono caduto per fortuna in avanti (evidentemente, il mio Angelo custode aveva provvidenzialmente provveduto a farmi fare una rotazione di 180°), senza strusciare (forse perché nel volo si era esaurita la forza propulsiva), ed allungando istintivamente le braccia ho potuto ammortizzare la caduta sulle due mani, in particolare la destra, che assieme al polso destro ha subito la maggior parte della forza cinetica.

Durante il brevissimo volo o subito dopo, ho sentito un urlo terribile (che ha seguito il mio, lanciato al momento dell’impatto), che poi ho saputo essere stato emesso dalla moglie dell’investitore, la quale, assieme al figlio (di una ventina d’anni), accompagnava il marito. Urlo che, presumibilmente (ma non da solo, vedi appresso), ha innescato la reazione del tutto incongrua del figlio (della quale il padre si è poi scusato attribuendola allo spavento), che è sceso dalla macchina finalmente arrestatasi appena dopo le strisce, ha coperto velocemente la breve distanza che lo separava da me, dolorante a terra, e indicandomi le strisce, dalle quali ero stato proditoriamente sloggiato proprio dalla sua auto 4 o 5 secondi prima, mi ha rimproverato che non si deve attraversare fuori dalle strisce; da terra gli ho risposto per le rime, se n’è andato.
Mi sentivo contento, poiché tutto sommato era finita bene. Mi vergognavo di giacere a terra e con qualche sforzo mi sono alzato.
Poi è sceso il padre (nessun altro è arrivato: mi sono girato intorno, anche per capire chi avesse urlato, ma non c’era nessuno nella grande piazza), che mi ha invitato a recarmi in ospedale; alle mie rimostranze, mi ha accompagnato al vicino Ospedale "S. Giovanni Bosco", dove i sanitari a) hanno riscontrato (non strumentalmente, anche perché non l’ho richiesto, dichiarando loro che non mi ero rotto niente e che non avvertivo forti dolori) assenza di fratture, ma abrasioni e contusioni alle due ginocchia e ai palmi delle mani ed ai polsi; b) hanno ribattuto che i dolori sarebbero venuti tutti fuori dopo un po’ di tempo e poi c) fatto firmare ad entrambi il verbale di dimissione, che però (lo preciso a fini informativi) non reca la mia dichiarazione completa resa sia al primo, sia al secondo sanitario del Pronto Soccorso che hanno effettuato il controllo (“Sono stato investito sulle strisce pedonali dall’accompagnatore”, ma soltanto di essere stato investito), mentre la firma dell’investitore, stante la struttura del modulo, è stata apposta in qualità di “accompagnatore”.

Usciti dall’ospedale, non potendolo fare io a causa della contusione alla mano destra, ho chiesto all'investitore di scrivere i nostri dati personali e quelli dell’autovettura; egli lo ha fatto, ma poi furbescamente ha tagliato il foglio ed a me ha consegnato, piegata, la parte dove erano riportati i miei dati, che io ho messo in tasca senza leggere. Evidentemente, la sua auto era priva di copertura assicurativa (pare siano 3 milioni, oggigiorno). Poi, evidentemente tranquillizzato, ha voluto per forza accompagnarmi a casa. Durante il tragitto, ho appurato che: a) il genitore severo, colpevolizzante era la mamma, ennesima conferma del matriarcato bislacco vigente al Sud e co-determinante del suo sottosviluppo; b) il “colpevole”, ha confidato il ragazzo (che poco prima mi ero preoccupato di rassicurare), era l’autovettura di papà, che non riusciva a frenare sul tipo di fondo stradale della piazza (problemi di freni e/o di pneumatici?); e c) secondo la dottoressa del Pronto Soccorso - ha confidato l’investitore -, i ridotti danni alle mie gambe erano merito della loro forte struttura muscolare (frutto delle migliaia di chilometri fatti a piedi nell’ultimo quindicennio).

Soltanto la domenica successiva, mi è venuto di pensare che l’urto era stato talmente preciso che il forte colpo alle ginocchia ha lasciato a quello destro (il più colpito) solo un piccolo, rotondo segno rossastro, posizionato ad ore 11, poco più grande di un pisello; ed a quello sinistro una svirgolata rossastra a forma di “L” stilizzata di un paio di centimetri, posizionata ad ore 10, che…, agevolando il lavoro dell’Angelo custode, ha dato al mio corpo una perfetta rotazione balistica in senso sinistrorso dolce e graduale di 180° conclusasi al termine della distanza di circa 4 metri con l’atterraggio morbido;[2] e che l’atterraggio era stato talmente perfetto che non mi erano neppure caduti gli occhiali.

Ora ho qualche problema soprattutto alla gamba ed al braccio destri, ma spero proprio di recuperare appieno ed al più presto il mio… scatto da ex campione studentesco degli 80 metri piani, per potermi difendere adeguatamente dalle insidie delle strade napoletane e non. Amen.

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