Lettera
a Regina Krieger e Frank Wiebe di Handelsblatt dopo la loro intervista al
Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco
martedì 10 dicembre 2019 - 15:47
ALLA SIGNORA REGINA KRIEGER E AL
SIGNOR FRANK WIEBE
CC: PdR, Presidenti Senato e
Camera, PdC Conte, Cancelliera Merkel, Governatore Ignazio Visco, Direttore Handelsblatt,
Parlamentari italiani ed europei, Commissione Europea, Media, Altri
Egregi
Signora Regina Krieger e Signor Frank Wiebe,
Mi permetto di
fare alcune osservazioni – da cittadino europeo - alla Vostra lunga ed
equilibrata intervista
(de) al
Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, scusandomi della lunghezza.
1. L’Italia ha vari difetti, che anche io critico
severamente: una Pubblica Amministrazione inefficiente, una classe dirigente
non sempre adeguata, un livello etico insufficiente in una quota non
trascurabile della popolazione e che riceve scarsa sanzione sociale e spesso
civile e penale a causa dell’inefficienza dell’apparato giudiziario, il
fardello del Sud, molto poco e male affrontato: in Germania Est, con 1.250-1.500 miliardi nel periodo
1991-2003, sono stati spesi in 15 anni – pari a 96-115 miliardi annui - dieci
volte tanto di quanto è stato speso in 40 anni per l’Italia del Sud
– 145 miliardi, pari a 3,6 miliardi annui (Gian Antonio Stella, “Lo spreco”),
con un utilizzo soltanto parziale dei finanziamenti
europei anche per la difficoltà di copertura, dati i vincoli UE, del 50% di
quota nazionale, l’allogazione inefficiente, sprechi e malversazioni
delle risorse. Ma temo che sia anche vittima sia di pregiudizi, sia
di ignoranza dei dati, in particolare dei
disinformatissimi Tedeschi tenuti nell’ignoranza dai loro dirigenti e dai loro
media, sia di un doppio standard nell’applicazione delle regole da parte della Commissione
Europea a trazione tedesca (peraltro, attestato dalla Corte dei Conti UE
relativamente ai salvataggi). I pregiudizi contro l’Italia
sono alimentati dalla nomea degli Italiani di essere furbi. Ma gli Italiani, a
mio parere, sono furbi stupidi, che coltivano una scarsa autostima come
popolo e scaricano i loro sensi di colpa su altri Italiani; mentre i Tedeschi e
gli Olandesi sono furbi intelligenti, che coltivano un’alta autostima
come popolo e scaricano i loro sensi di colpa sugli altri popoli, in particolare
sugli Italiani (si veda appresso). Gli Olandesi hanno molte qualità, ma sulla loro
furbizia e spregiudicatezza è sufficiente, adesso, richiamare il loro essere un
paradiso fiscale nel cuore dell’Europa. E ciò che ne scrive Adam Smith ne “La Ricchezza
delle Nazioni” (nel libro IV-Delle colonie), a proposito del loro comportamento
sleale e bulimico nei confronti dei Portoghesi, sia nel caso dell’occupazione del Brasile (poi ricacciati dai Portoghesi,
arrabbiati per il loro mancato rispetto dell’accordo generoso di spartizione),
sia nell’espansione in Asia (in cui riuscirono a cacciare i Portoghesi).
Nessuno è perfetto. Neppure gli egoisti e arroganti Tedeschi (per il giudizio
di arroganti mi rifaccio a Primo Levi), come essi sanno benissimo intimamente a
giudicare dalla loro spietatezza esagerata verso gli altri popoli
(l’esagerazione è sempre un indizio infallibile di senso di colpa).
Fatta
questa debita premessa, Vi segnalo alcuni dati – ignorati da (quasi) tutti
nel mondo, inclusi i Tedeschi, incluso Handelsblatt
(si veda il poscritto) - relativi al periodo cruciale della crisi economica (2010-12),
particolarmente grave nei ‘Piigs’, utili per comprendere la situazione e i nessi causali e verificare quanto ho appena
affermato sugli egoismi nazionali e sui pregiudizi, in particolare dei Paesi
Membri UE del Nord, cominciando dal deficit/Pil per poi passare al debito/Pil.
2. Il Commissario Moscovici ha affermato che le regole UE sono
intelligenti e favoriscono la crescita. Le regole sono talmente intelligenti e
favoriscono la crescita che lui, quando è stato ministro dell’Economia
francese, le ha, analogamente ai suoi colleghi francesi, bellamente violate,
complessivamente per 9 anni consecutivi (12 sui 17 dall’introduzione fisica
dell’Euro, 2002), con uno sforamento totale del limite del 3% deficit/Pil dal
2007 al 2016 pari a 15 punti percentuali; la Spagna
ha sforato anch’essa per 9 anni consecutivi, con uno sforamento totale pari a
40,2 punti percentuali; l’Italia per 3 anni, con uno sforamento totale pari a 4 punti percentuali.
Sulle politiche fiscali
divergenti dei Paesi UE, questa tabella dell’EUROSTAT è più
eloquente di tante parole:
Tabella n. 4 - EUROSTAT – Deficit/Pil
PAESE
|
2007
|
2008
|
2009
|
2010
|
2011
|
2012
|
2013
|
2014
|
2015
|
2016
|
Italia
|
-1,5
|
-2,7
|
-5,3
|
-4,2
|
-3,5
|
-2,9
|
-2,9
|
-3,0
|
-2,6
|
-2,4
|
Francia
|
-2,5
|
-3,2
|
-7,2
|
-6,8
|
-5,1
|
-4,8
|
-4,0
|
-4,0
|
-3,5
|
-3,4
|
Spagna
|
+2,0
|
-4,4
|
-11,0
|
-9,4
|
-9,6
|
-10,4
|
-6,9
|
-5,9
|
-5,1
|
-4,5
|
Gran Br.
|
+0,2
|
+0,2
|
-10,7
|
-9,6
|
-7,7
|
-8,3
|
-5,6
|
-5,6
|
-4,4
|
-3,0
|
Germania
|
+0,2
|
-0,2
|
-3,2
|
-4,2
|
-1,0
|
-0,1
|
-0,1
|
+0,3
|
+0,7
|
+0,8
|
Olanda
|
+0,2
|
+0.2
|
-5,4
|
-5,0
|
-4,3
|
-3,9
|
-2,4
|
-2,3
|
-2,1
|
+0,4
|
Grecia
|
-6,7
|
-10,2
|
-15,1
|
-11,2
|
-10,3
|
-8,9
|
-13,1
|
-3,7
|
-5,9
|
+0,7
|
Irlanda
|
+0,3
|
-7,0
|
-13,8
|
-32,1
|
-12,6
|
-8,0
|
-5,7
|
-3,7
|
-2,0
|
-0,6
|
Portogallo
|
-3,0
|
-3,8
|
-9,8
|
-11,2
|
-7,4
|
-5,7
|
-4,8
|
-7,2
|
-4,4
|
-2,0
|
(Fonte: EUROSTAT)
E’, perciò,
davvero difficile poter sostenere tranquillamente, come hanno fatto finora la
Commissione Europea e il suo staff, imitati dai popoli europei del Nord, che «L’Italia è lo
Stato Membro che ha più beneficiato delle clausole di flessibilità previste dal
braccio preventivo del Patto di Stabilità e Crescita», in presenza
dei seguenti dati relativi allo sforamento complessivo del parametro del 3%
deficit/Pil nel periodo 2007-2016 che si ricavano dalla tabella: Irlanda 55,2%,
per 7 anni; Grecia 54,4%, per 9 anni; Spagna 40,2%, per 9 anni; Portogallo
29,3%, per 8 anni; Francia 15%, per 9 anni; (Gran Bretagna 24,2%, per 7 anni);
Italia 4%, per 3 anni. E’, in parte, un altro frutto velenoso del pregiudizio
e dello scarso rispetto verso l’Italia, paragonata dal presidente Juncker alla
Grecia.
La Francia,
assieme alla Germania, lo aveva già violato nel 2003, oltre che nel
2002, per giunta impedendo alla Commissione Prodi di applicare la relativa
sanzione. Cioè sono stati più gli anni che l’ha violato che quelli che l’ha rispettato,
senza subire alcuna sanzione. Eh, ma si sa, come ha detto il presidente
Juncker, la Francia è la Francia (sic!).
3. Ma, si obietta,
l’Italia ha un alto debito pubblico. Questa accusa proviene in primo
luogo dalla Germania, che come è noto definisce con la stessa parola, schuld,
debito e colpa. Forse perché, dal 1800, la Germania ha fatto ben 8 volte default
o ristrutturazione del debito (“This Time is Different”, pag. 99, Kenneth
Rogoff e Carmen Reinhart). L’Italia quasi mai, tranne una parziale
ristrutturazione del debito dopo la I Guerra Mondiale. Dopo la II Guerra
Mondiale, ci ha pensato l’inflazione, ma anche l’Italia (assieme alla Grecia e
ad altri 19 Paesi), decise generosamente di condonare il 50%
del debito tedesco e di dilazionare il resto in 30 anni,
successivamente ulteriormente tagliato. Nel 2012, l’Italia ha regolarmente
pagato interessi sul debito pubblico per 86 mld, ora ne paga regolarmente 65 (soltanto
per il 5% circa vanno alle famiglie) su un ammontare di debito cresciuto di
500 miliardi (da 1.900 a 2.400, al lordo dei 58 miliardi dei “sostegni” agli
altri Paesi UE e di 55 miliardi di “disponibilità liquide del Tesoro”) e –
peraltro potendo contare anche su una ricchezza privata netta di 9.000 miliardi
- non ha mai chiesto ad altri di pagarli o aiuto per pagarli.
4. Includendo il debito “sotto il
tappeto”,
il rapporto debito pubblico/Pil della Germania e dell’Olanda (2016), abituali
censori dell’Italia ed in particolare del suo debito pubblico, sale,
rispettivamente, al 172% e al 173%, poco sotto quello dell’Italia, che si
attesta al 180% (con un denominatore, il Pil, che ha subito un calo di 170 miliardi
a causa della politica economica prociclica imposta dall’UE).
5. Considerando anche il debito privato (dati OCSE), parametro
altrettanto importante del debito pubblico e che andrebbe inserito nei
parametri UE, la situazione dell’Italia (172,5 per cento del Pil) è migliore
della Spagna (207,9), della Francia (233,9) e, soprattutto, dell’Olanda
(261,3), uno dei maggiori censori abituali dell’Italia, in particolare del suo
debito pubblico.
6. Il rapporto debito/Pil della Francia è quasi
il 100%, ben oltre il limite del 60% del trattato di Maastricht. In valore
assoluto è uguale a quello italiano, ma paga la metà in spesa per interessi
rispetto al Pil anche grazie al tasso d’interesse molto più basso, potendo beneficiare, fin dallo
SME, dello scudo finanziario della Germania, alla quale in cambio fa da chaperon
(come si è visto anche dal comportamento inaccettabile del Commissario francese
Moscovici). Il debito totale pubblico e privato francese è molto più alto di
quello italiano. Ha un disavanzo della bilancia commerciale. Ha una spesa
pensionistica fuori controllo, infatti solo ora la sta faticosamente riformando, mentre l’Italia ha fatto, rispettivamente 9 anni
e mezzo e 8 anni fa, ben due riforme severe: SACCONI (2010 e 2011),
soprattutto, e Fornero (2011), il che, a giudizio della Commissione Europea e
perfino di Centri Studi tedeschi, ha reso il debito pubblico italiano il più sostenibile nel lungo periodo.
7. Il mercato
finanziario è fatto di investitori e di speculatori. C’è un articolo del Sole 24
ore (il principale giornale economico italiano), che spiega che quando ci
sono turbolenze i trader la prima cosa che fanno, appena accendono il
computer, vendono BTP, facendo crescere lo spread. Non è estraneo a questo la cacofonia strumentale dei
Commissari UE, oltre che dei media italiani (!), strano fenomeno, quest’ultimo,
peculiare forse soltanto dell’Italia. Ovviamente senza che la BCE o la
Banca d’Italia possano intervenire a calmierare lo spread.
8. Da 28 anni (tranne il 2009, culmine della crisi economica), come
conferma la Banca d’Italia dal 2000, l’Italia fa registrare un avanzo
primario (entrate meno uscite, esclusa la spesa per interessi), talvolta
consistente, in totale (%) maggiore di quello della Germania. Questo
vuol dire che il debito pubblico cresce esclusivamente per colpa della spesa
per interessi passivi.
9. Ed anche perché l’Italia, che ha un ammontare di debito
pubblico più o meno equivalente a quelli francese e tedesco, paga un tasso d’interesse medio doppio di quello francese e triplo di quello tedesco,
ingiustificati in base ai fondamentali economici (avanzo primario,
sostenibilità del sistema pensionistico nel lungo periodo, saldo positivo delle
partite correnti, debito estero e totale pubblico e privato). E maggiore del
tasso di crescita, compresso dalla politica economica restrittiva imposta in
piena crisi economica per vari anni dall’UE, il che, in un circolo vizioso,
autoalimenta il rapporto debito pubblico/Pil e accresce la sfiducia del mercato
finanziario, fomentata ad arte dai creditori, dalle screditate società di rating e dalle critiche urlate dell’UE, della Germania,
dell’Olanda, della BCE, dell’OCSE, del FMI, del FT e, purtroppo, anche dei
media e dei neo-liberisti italiani, per niente sanamente patriottici, anzi esageratamente
e dunque patologicamente antitaliani.
10. Il Governatore Ignazio Visco (Banca d’Italia) ha
dichiarato l’anno scorso: “Questo spread che abbiamo è ridicolo perché
riflette la paura che il debito non sia ripagato o non sia ripagato ai valori
giusti e quindi con una valuta diversa dall’euro. Alcuni lo dicono, alcuni
anche ci credono ma è una grande sciocchezza che genera distanza tra il tasso
di crescita e il tasso di interesse e dunque mette un limite alla capacità di
utilizzare gli investimenti pubblici per fare investimenti”.
11. L’Italia è un contributore netto dell’UE per 4 miliardi annui, per un totale di 60 miliardi nel solo periodo
2000-2014.
12.
L’Italia ha contribuito per 60 miliardi – prendendoli a prestito a tassi elevati e che sono
inclusi nel debito pubblico - ai vari fondi per aiutare i partner in difficoltà
(“Sostegno ai paesi della UEM”), non ha mai preso un € finora e si è
dovuta accollare una parte (una
trentina di miliardi) dei
140 mld di crediti inesigibili delle banche private francesi, tedesche e
olandesi verso la Grecia (che li aveva ricevuti anche per acquistare auto, sottomarini
e carri armati tedeschi). Infatti, il salvataggio delle banche private francesi,
tedesche e olandesi (complessivamente centinaia di miliardi, con soldi
pubblici) fu addossato, limitatamente alla parte riguardante i debiti greci
(2010), su tutti i Paesi dell’Eurozona, prima che nascesse il MES (operativo
dal 2012), che ha sostituito due fondi salva-Stati precedenti, ma non i
prestiti bilaterali (ad esempio, uno di 10 mld
dell’Italia alla Grecia). Addirittura, l’ex ministro dell’Economia,
Giulio
Tremonti, ritiene (lo ha dichiarato anche recentemente) che il governo Berlusconi
fu defenestrato nel 2011 perché aveva proposto la ripartizione dei crediti in
sofferenza verso la Grecia (NPL) non in base alle “quote” Pil+popolazione, come
pretendevano la cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy (ed hanno poi
ottenuto), ma in proporzione alle rispettive esposizioni.
13. Nel 2008 (inizio della crisi), la Francia aveva un rapporto debito/Pil
pari al 68,8%, l’Italia al 102,4%. Nel 2018, rispettivamente, 98,4% (+29,6
punti; +43,0%) e 132,2% (+29,8 punti; +29,1%, con
un denominatore, il Pil, che ha subito un calo di 170 mld). La Spagna, nel
2008, aveva un rapporto debito/Pil inferiore al 40%, cresciuto nel 2018 a quasi
il 100% (+60 punti; +150%).
14. Sulle pensioni, mi permetto di integrare ciò che
l’illustre Governatore Visco Vi ha dichiarato, riferendosi unicamente “alla
riforma [Fornero, ndr]”. Mostrando – com’è normale – una non completa
conoscenza della complessa normativa pensionistica italiana. Che egli palesò
anche (da ciò che ha scritto nel suo ultimo libro l’ex direttore de Il Sole
24 ore ed ora de Il Quotidiano del Sud, Roberto Napoletano, anch’egli
pochissimo edotto della normativa pensionistica, come tutti), discutendone in
sede UE, nel 2011-12, in piena crisi dell’Euro, col ministro
dell’Economia svedese Anders Borg: «Intendiamoci: il Salva Italia [il
primo decreto legge del Governo Monti, DL 201 del 6.12.2011, ndr] non
è una passeggiata, anzi l’esatto contrario, la patrimoniale [si tratta
dell’IMU-Imposta
municipale propria, che finanzia i servizi comunali, prevista in tutti i
Paesi, che il Governo Monti ha soltanto anticipato di due anni, aggravato del
60% per tener conto in parte dell’incremento del valore di mercato rispetto
a quello – vecchio - catastale (anche grazie alle infrastrutture e ai servizi
pubblici comunali), ed esteso alla casa principale, che iniquamente era stata resa
esente anche per i ricchi e i benestanti dal Governo Berlusconi - tranne
per le cosiddette case di lusso, le quali però erano appena 74.430
su un totale di 34.435.196[113] (pari ad appena lo 0,2 per cento) -, quando si
chiamava ICI-Imposta comunale sugli Immobili, ndr] e la riforma delle
pensioni [Fornero, ndr] sono politicamente impegnative e, soprattutto
nella previdenza, c’è un salto di qualità assoluto nel merito e nel
metodo di governo. Per capirne l’entità, basta chiedere al governatore della
Banca d’Italia, Ignazio Visco, quanto tempo ha dovuto impiegare per convincere
il ministro dell’economia svedese Anders Borg – orecchini e capelli a coda di
cavallo, in carica dal 2006 al 2014 e a lungo indicato come il miglior ministro
dell’economia dopo il tedesco Wolfgang Schäuble – che la riforma delle
pensioni non era un annuncio ma un provvedimento già in vigore. Non più ministro, sempre per la cronaca,
Borg sarà travolto da una notte folle a base di alcol e sesso. La riforma delle
pensioni, come tutti gli italiani sanno bene [no, malissimo, disinformati dai media e
dagli esperti, ndr], non era un annuncio ma un provvedimento immediatamente
esecutivo: effettivamente il «miracolo montiano» fu quello di fare votare ai
parlamentari berlusconiani quella stessa riforma delle pensioni che non vollero
mai avallare al loro ministro dell’economia, Giulio Tremonti, e neppure al loro
presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Ancora di più farla votare dai
parlamentari del PD in modo compatto.» (“Il cigno nero e il cavaliere bianco”, posizione kindle: 955).
Osservo, fornendo i
riferimenti normativi, anche a beneficio, tramite Voi, degli Europei del Nord
che giudicavano e giudicano l’Italia in base a informazioni false, provenienti
anche – e soprattutto - dall’Italia, che l’Italia, pur non facendo parte dei
Paesi sottoposti ai programmi di aggiustamento, quali Grecia, Irlanda, Spagna,
Cipro e Portogallo, è stato l’unico Paese UE ad aver avuto, nell’arco di appena
due anni, non una ma ben due severe riforme pensionistiche: SACCONI
(2010 e 2011) e Fornero (2011), che facevano seguito ad altre cinque
riforme delle pensioni dal 1992 (Amato, 1992; Dini, 1995; Prodi, 1997; Berlusconi-Maroni,
2004; e Prodi-Damiano, 2007). Ma contrariamente a ciò che pensano 60 milioni di
Italiani, inclusi gli esperti e i docenti universitari, oltre all’estero
(inclusi OCSE e FMI), la Riforma Berlusconi-Sacconi
(DL 78 del 31.05.2010, Legge 122/2010, art. 12, DL 98 del 6.07.2011, L.
111/2011, art. 18, e DL 138 del 13.08.2011, L. 148/2011, art. 1, commi da 20 a 23) – misconosciuta da
quasi tutti – non soltanto esiste e la precede di un anno e mezzo, ma è
molto più severa della Riforma Monti-Fornero (DL 201 del 6.12.2011, L.
214/2011, art. 24), (i) sia in termini di allungamento dell’età di
pensionamento:
- pensionamento di vecchiaia, da 65 a 66 anni dall’1.1.2011
per i lavoratori dipendenti maschi e a 66 anni e 6 mesi per i lavoratori
autonomi maschi, tramite la cosiddetta “finestra” (differimento della
erogazione), di 12 mesi o di 18 mesi (DL 78/2010, art. 12, commi 1 e 2, DL
98/2011, art. 18, comma 22-ter, DL 138/2011, art. 1, comma 21); da 60 a
65 anni + “finestra” di 12 mesi per le lavoratrici dipendenti pubbliche (DL
78/2009, art. 22-ter, comma 1, modificato dal DL 78/2010, art. 12, comma
12-sexies); da 60 a 65 anni + “finestra” di 12 o 18 mesi gradualmente
entro il 2026 (2023, includendo l’adeguamento alla speranza di vita) per le donne
private (DL 98/2011, art. 18, comma 1, modificato dal DL 138, art. 1, comma 20);
e a 67 anni dall’1.1.2019 per tutti (grazie all’aggancio
alla speranza di vita, DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 2,
modificato sostanzialmente dal DL 78/2010, art. 12, commi da 12-bis a
12-quinquies, modificato dal DL 98/2011, art. 18, comma 4), benchmark
in UE. Vale a dire prima della Germania (che vi arriverà nel 2029), che l’ha ridotta a 63 anni nel 2014 per chi ha un’anzianità contributiva di 45 anni, e molto prima della Francia, dove è a 62 anni e la riforma delle pensioni
la si sta faticosamente approvando soltanto ora (fine
2019). Alla quale Francia però nessuno chiede e chiedeva nulla, anzi M. Sarkozy,
nel 2011, aiutato da Frau Merkel, scaricava i suoi sensi di colpa, a causa
della sua lunga coda di paglia, sull’Italia e in particolare sul non immacolato
Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La riforma Fornero ha soltanto accelerato,
gradualmente entro il 2018, l’allineamento da 60 a 65 anni delle donne private
a tutti gli altri, già regolati dalla riforma Sacconi, e ridotto di 6
mesi (da 18 a 12) la “finestra” Sacconi per gli autonomi, che – come per gli
altri - viene inglobata nell’età base, portandola a 66 anni (DL
201/2011, art. 24, commi 6 e 7), aumento che viene attribuito a Fornero;
- pensionamento anticipato, 41 anni (41 anni e 6 mesi
per i lavoratori autonomi) dall’1.1.2011, + 1 mese dall’1.1.2012, + 1 mese
dall’1.1.2013, + 1 mese dall’1.1.2014 (arrivando a 41 anni e 3 mesi per i
dipendenti e a 41 anni e 9 mesi per gli autonomi); ora (2019) 43 anni e 1 mese
grazie alla riforma Fornero e all’ultima modifica legislativa del 2018, anziché
43 anni e 3 mesi previsto dalla Riforma Fornero per gli uomini, un anno in meno
per le donne;
(ii) sia in termini di risparmio
di spesa stimato dalla Ragioneria Generale dello Stato al 2060: dei 1.000
miliardi stimati dalle quattro riforme dal 2004, meno di 1/3 è dovuto alla
Riforma Fornero; la grandissima parte dei 2/3 è grazie alla Riforma Sacconi.
15. Anche il
grosso (l’81%) della pesantissima stretta fiscale chiesta (di
fatto imposta) all’Italia dall’UE (Commissione, Barroso II;
Consiglio, Van Rompuy, Merkel e Sarkozy; e BCE, Trichet-Draghi, per
quest’ultima si veda la sua famosa e irrituale lettera del
5.08.2011 al Governo Italiano (e al Governo spagnolo, il cui premier
Zapatero, però, la chiuse in un cassetto e ne rivelò l’esistenza soltanto due
anni dopo), in violazione – a mio avviso - dell’art. 7-Indipendenza del proprio
statuto derivato dai Trattati UE, poiché l’indipendenza della BCE dagli Stati UE
non può non essere almeno reciproca, altrimenti si avrebbe la prevalenza
di un organo tecnico e strumentale alla missione dell’UE, fissata nel preambolo
e nel fondamentale art. 3 del TUE, su organi politici democraticamente
eletti), contrariamente all’opinione generale (ormai mondiale), fu realizzato
non dal Governo Monti ma dal Governo Berlusconi. Per giunta distribuito
in maniera scandalosamente iniqua poiché le ridotte misure sui
ricchi, unico Paese in UE (il contributo di solidarietà varato in due DL separati, prima
sulle retribuzioni elevate pubbliche e poi su quelle private e sulle pensioni) – forse
congegnate apposta male, come si disse allora: bastava vararli assieme - sono
state poi dichiarate illegittime dalla Corte Cost., mentre si colpirono
crudelmente perfino i poveri, tagliando di ben l’87% il miliardo
e 134 milioni di spesa sociale loro destinata.
La
netta prevalenza dei provvedimenti del Governo Berlusconi si evince facilmente
dalla sintesi dei valori delle manovre finanziarie correttive (a valere per il quadriennio
successivo 2011-14):
Riepilogo delle
manovre finanziarie correttive XVI legislatura 2008-2013 (valori cumulati)
- Governo
Berlusconi-Tremonti 266,3 mld (80,8%)
- Governo Monti
63,2 mld (19,2%)
Totale 329,5 mld
(100,0%)
(Fonte: Il
Sole 24 ore Quattro
anni di manovre: fisco pigliatutto, su dati delle
relazioni tecniche delle leggi o del Servizio Studi del Parlamento).
E la gran parte di esse fu varata dopo la crisi del
debito pubblico della Grecia (2010), gestita malissimo – secondo il
Prof. Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea - per colpa
soprattutto della Germania, che è il Paese che trae i maggiori benefici
dall’attuale assetto monco UE/Euro: sia per non averla prevenuta: «La Grecia ha ripetutamente imbrogliato sui suoi conti
pubblici perché non fu ritenuto opportuno introdurre un controllo dei conti» da Schröder e Chirac, sia per come la si è affrontata: «Se la Germania fosse intervenuta
all’inizio della crisi, ce la saremmo cavata con 30-40 miliardi; oggi i costi
sono dieci volte di più»):
Tabella n. 3 - Valori delle cinque
manovre finanziarie correttive 2010÷2012
Governo Berlusconi: DL 78/2010[95], DL 98/2011[97] e DL 138/2011[98]; Governo Monti: DL 201/2011[124] e DL 95/2012[125] (milioni di euro)
DL
|
2010
|
2011
|
2012
|
2013
|
2014
|
TOTALE
|
%
|
DL78/2010
|
36
|
12.131
|
25.068
|
25.033
|
-
|
62.268
|
22,8
|
DL98/2011
|
-
|
2.108
|
5.577
|
24.406
|
49.973
|
82.064
|
30,1
|
DL138/2011
|
-
|
732
|
22.698
|
29.859
|
11.822
|
65.111
|
23,8
|
Tot.Gov.B.
|
36
|
14.971
|
53.343
|
79.298
|
61.795
|
209.443
|
76,7
|
DL201/2011
|
-
|
-
|
20.243
|
21.319
|
21.432
|
62.994
|
23,1
|
DL95/2012*
|
-
|
-
|
603
|
16
|
27
|
646
|
0,2
|
Tot.Gov.M.
|
-
|
-
|
20.846
|
21.335
|
21.459
|
63.640
|
23,3
|
TOTALE
|
36
|
14.971
|
74.189
|
100.633
|
83.254
|
273.083
|
100,0
|
%
|
-
|
5,5
|
27,2
|
36,9
|
30,5
|
100,0
|
*Minori spese per 20.326 milioni nel
triennio 2012-14 sono compensate da minori entrate per 19.680.
(Fonte: elaborazione mia su dati del
Servizio Studi della Camera o del Senato).
Nota
bene: le misure strutturali, cioè permanenti, valgono tuttora.
Dalle
cifre suesposte si ricava facilmente che il PdC Berlusconi,
contrariamente alla vulgata diffusa dal potentissimo sistema (dis)informativo
berlusconiano e del Centrodestra, ubbidì quasi in tutto all’UE (il
“quasi” riguarda in particolare il completamento della riforma delle
pensioni chiesto dalla BCE nella predetta lettera, limitato alle pensioni di
anzianità (o anticipate) e alle donne del settore privato, e dipese dal veto,
per ragioni elettorali, del ministro leghista Umberto Bossi). Ma ciononostante,
al termine di un golpe sui generis iniziato nell’estate 2011 (poco dopo
la comunicazione
del 26 luglio - improvvisa, parziale e di fatto manipolatoria del mercato - della
vendita al 30.06.2011 di 7 miliardi di titoli di Stato italiani da parte della Deutsche
Bank, degli 8 che possedeva l’1.1.2011, ma già in luglio risaliti a 3
mld), si dice su input di Merkel e Sarkozy fin dal loro incontro
di Deauville di fine 2010, e sotto l’attacco della speculazione finanziaria,
lasciata libera di operare, che aveva portato lo spread BTP-Bund ad un
picco di 574 p.b. in novembre, fu defenestrato ugualmente. E sostituito dal
Governo Monti, appoggiato anche da Berlusconi.
16.
Infine, l’Italia, che ha subìto una doppia recessione a causa della politica
economica restrittiva e prociclica imposta dall’UE, con una perdita del 10% del
Pil, mentre la Francia e la Spagna hanno potuto attuare per un decennio una
politica economica anticiclica, non chiede di sforare il limite del 3%, ma una
diversa applicazione della formula del deficit strutturale (output gap), che giudica
“naturale”, non inflazionistico, per l’Italia un tasso di disoccupazione del
10-11% (!!!) e che è ritenuta inaffidabile dalla stessa Commissione (2013) e dalla BCE, oltre che da decine di studiosi, anche
neo-liberisti, e che è diversa e più prociclica della medesima regola
utilizzata da OCSE e FMI. Ma la Commissione, influenzata dalla Germania, –
anziché revisionarla o sostituirla – ha continuato e continua ad applicare la
sua: errata, ascientifica, discrezionale e prociclica. Alimentando l’avversione
verso l’Unione Europea, perfino negli europeisti come me, e il populismo. Che è
favorito anche dalla cattiva abitudine, su impulso tedesco e dei suoi
satelliti, di preferire i trattati intergovernativi (fiscal compact,
MES), in un’ottica confederale, con un ruolo preponderante della tecnostruttura,
più facilmente “controllabile” dalla Germania, a quelli sovranazionali, con una
prospettiva federale e un ruolo preponderante del Parlamento. Quos vult Iupiter perdere dementat prius (a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima
la ragione). E voi Tedeschi – pare - covate in seno
da molto tempo questa malefica e distruttiva pulsione.
Distinti saluti,
V.
PS:
E’ davvero sorprendente notare che io, semplice pensionando nel 2010 e mero
osservatore attento e assiduo da allora, faccio parte delle pochissime decine
di persone su 60 milioni (quasi tutte funzionari nel 2011 - non quelli
attuali, anch’essi talvolta carenti - del Parlamento, del Governo, della Banca
d’Italia) che conoscono bene i dati delle manovre finanziarie della XVI
legislatura e, ma non tutti, le norme delle pensioni. Si veda il grave errore
del pensionamento a 67 anni nel 2026 in luogo di
2021 (poi in effetti ci si è arrivati nel 2019) nella prima lettera del 26 ottobre 2011 di chiarimenti
del Governo Berlusconi alla Commissione Europea, redatta sotto la supervisione
del ministro berlusconiano Renato Brunetta («Grazie al meccanismo di aggancio dell’età
pensionabile alla speranza di vita introdotto nel 2010 (art. 12 commi 12-bis e
12-ter, DL 78/2010, come modificato con art. 18 comma 4, DL 98/2011), il
Governo italiano prevede che il requisito anagrafico per il pensionamento sarà
pari ad almeno 67 anni per uomini e donne nel 2026.»). [Errore da me segnalato inutilmente ai principali media, che l’avevano
riportato pari pari, a partire dall’ANSA[275] (in data 12/11/2011 20:36), alla quale chiesi di emettere un comunicato, e ad alcuni politici
della maggioranza parlamentare,[276] ndr]. Poi corretto nella seconda lettera di chiarimenti dell’11 novembre, ma la Commissione
(Olli Rehn) aveva già chiesto altre riforme e una manovra
aggiuntiva, dopo le due pesantissime dell’estate precedente per 82+65=147
miliardi cumulati!). Tutti gli altri (prima che io inviassi un centinaio di
lettere “circolari” a migliaia di destinatari), sia in Italia che all’estero,
inclusi gli economisti, i docenti universitari, l’FMI, i media italiani ed
esteri, anche famosi, come FT, The Economist, Le Monde, Handelsblatt e perfino un premio Nobel di
Economia sul NYT,
sono rimasti vittime del potentissimo apparato (dis)informativo
berlusconiano. Un vero caso di scuola. Allora, ho recentemente traslato
tutta la mia conoscenza politico-economica di quel periodo nel saggio “LE TRE PIU’ GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO”, dal quale ho ricavato i dati e le
tabelle (avviso che l’unica recensione - negativa - del saggio è di un lettore…
illetterato, che non ha né acquistato né letto il libro e, pur trovando interessante il
contenuto, ne ha criticato lo stile (!)).
**********
Nessun commento:
Posta un commento