sabato 22 febbraio 2020

Lettera: Le BUFALE del Prof. Fabio Pammolli, del Corriere della Sera (e di tutti i media) sulla spesa pensionistica italiana




Lettera: Le BUFALE del Corriere della Sera (e di tutti i media) sulla spesa pensionistica italiana
lunedì 17 febbraio 2020 - 18:30

ALLA C.A. DEL DIRETTORE LUCIANO FONTANA
CC: PRESIDENTI SENATO E CAMERA, PDC, SEGR. GEN. QUIRINALE, MINISTRO E SOTTOSEGRETARI LAVORO E POLITICHE SOCIALI, MINISTRO E SOTTOSEGRETARI ECONOMIA E FINANZE, COMMISSIONI LAVORO E PREVIDENZA CAMERA E SENATO, COMMISSIONI FINANZE CAMERA E SENATO, MEF, RGS, CNEL, INPS, UPB, MEDIA, SINDACATI, ALTRI, SEN. MARIO MONTI

Egr. direttore Luciano Fontana,
Rilevo due gravi inesattezze nel Vostro articolo Pensioni l’insostenibile peso del «super inps» del 27 Gennaio 2020 di Fabio Pammolli[1] pubblicato sul supplemento Economia (che occupa tutta la pag. 6) (qui ne è riportata una parte, mentre qui, scorrendo la rassegna stampa, integralmente). 

1. Errata contabilizzazione e valutazione della spesa pensionistica
Già oggi, lo Stato spende circa 300 miliardi all’anno per le pensioni del primo pilastro. Nel 2018, l’incidenza sul Pil è stata del 16,6 per cento: più di un terzo della spesa pubblica va in pensioni.
Innanzitutto, ne deduco che il professor Pammolli o non legge il Corriere della Sera Economia o tiene in non cale ciò che vi scrive Alberto Brambilla, il quale propala BUFALE sulla Riforma delle pensioni Fornero,[2] ma informa correttamente sulla spesa pensionistica e sul suo rapporto sul Pil.
In secondo luogo, come già invitavo a fare Il Sole 24 Ore,[3] che trascrivo quasi integralmente, sarebbe auspicabile che anche il Corriere, con la sua autorevolezza, non alimentasse la BUFALA gigantesca sull’ammontare della spesa pensionistica italiana, BUFALA che tanti problemi ha causato (in particolare nell’anno orribile 2011) e, in parte, ancora causa all’Italia. E attestasse pubblicamente con voce chiara e forte che nell’importo lordo di 290 mld circa ci sono 90 mld di voci spurie: (i) in primo luogo 58 mld di imposte, le quali (oltre ad essere le più alte in ambito OCSE) sono una partita di giro, e, come sa anche uno studente del 1° anno che abbia studiato le partite di giro e i conti transitori, esse hanno un impatto nullo sulla spesa pensionistica; ripeto: hanno un impatto nullo sulla spesa pensionistica (e “normalmente” ci vorrebbero né anni, né mesi, né giorni, ma pochi minuti per sistemare una siffatta questione, che invece si trascina da sempre); (ii) poi, la spesa assistenziale (20-25 mld), che va a carico della fiscalità generale; e (iii) il TFR (10-15 mld), che può essere riscosso anche decenni prima del pensionamento. Al netto, il rapporto spesa pensionistica/Pil cala di 5 punti percentuali, a circa il 10,5%. Ben più basso del 16,6% propalato dal prof. Pammolli (e da quasi tutti).
Come, nel mio piccolo, posso testimoniare io, che incasso l’assegno pensionistico al netto delle gravose imposte.
E, soprattutto, come è confermato dal Rapporto INPS relativo ai dati netti 2018:
«Le pensioni vigenti al 1° gennaio 2019 sono 17.827.676, di cui 13.867.818 di natura previdenziale (vecchiaia, invalidità e superstiti) e le restanti 3.959.858 di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali). Nel 2018 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 204,3 miliardi di euro, di cui 183 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali. È quanto emerge dall’Osservatorio sulle pensioni erogate dall’INPS che analizza i dati del 2018.»
Il Pil 2018 è pari a 1.753,3 mld; 204,3 su 1.753,3 fa dunque l’11,6% e, soprattutto, 183 (cioè l’importo netto effettivo pagato dalle gestioni previdenziali dell’INPS) su 1.753 è pari al 10,4%. Il che smentisce tutti gli allarmismi dei luminari e dei vari dirigenti di OCSE e FMI che hanno edificato le loro carriere sull’additare – poco patriotticamente - la spesa pensionistica italiana come quasi la più alta al mondo in rapporto al Pil, fuori controllo e bisognevole di un’ennesima riforma. Come fa anche Fabio Pammolli, nell’articolo esaminato, sul fondamento di dati falsi.

2. Calcolo della pensione
Prima o poi, il montante pensionistico dovrà tener conto sì dei contributi versati, ma in base a un rendimento percentuale annuo che dovrà ancorarsi, senza correttivi benevoli, alla crescita del Pil: proprio quella crescita che l’eccesso di finanziamento a ripartizione ostacola e comprime.
Il presidente, professor ed ex membro del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale Fabio Pammolli ignora che è già così fin dalla lontana Riforma Dini del 1995 (L. 335/1995, comma 9 dell’articolo 1 della legge 335 del 1995):
“9. Il tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), con riferimento al quinquennio precedente l'anno da rivalutare.[4]
Cordiali saluti,
V.

Post scriptum
Mi permetto di suggerirLe di dare anche un’occhiata critica, oltre a ciò che scrivono impudentemente da anni sul Corriere della Sera i professori Alesina e Giavazzi (con la loro ossimorica e strampalata austerità espansiva, una iattura per i non ricchi, o la difesa dei ricchi dalle tasse), quel che ha scritto o dichiarato recentemente l’ex direttore Ferruccio de Bortoli, il quale, nonostante le mie lettere inviate p.c. anche a lui presso la casa editrice Longanesi, propala BUFALE su ciò che avvenne nella XVI legislatura (governi Berlusconi e Monti),[5] che costituisce la Prima Più Grande BUFALA del XXI Secolo, alimentata anche dal Sen. Mario Monti (La Seconda è quella sulle pensioni e La Terza è quella sugli obiettivi statutari della BCE).

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Note

[1] Fabio Pammolli è professore ordinario di Economia e Management presso il Dipartimento d’Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milanopresidente del CERM ed “È stato membro del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale presso il Ministero del Lavoro e del Welfare”.

[2] Lettera: Le BUFALE del Corriere della Sera (e di tutti i media) sulla Riforma delle pensioni Fornero

[3] Lettera: Le BUFALE del Sole 24 Ore (e di tutti i media) sulla Riforma delle pensioni Fornero

[4] INPS - Calcolo della pensione
“determinare il montante individuale che si ottiene sommando i contributi di ciascun anno opportunamente rivalutati sulla base del tasso annuo di capitalizzazione derivante dalla variazione media quinquennale del PIL (prodotto interno lordo) determinata dall'Istat;”

[5] Per Ferruccio de Bortoli, 330 mld in 4 anni sono pochissimi.[i] Evidentemente lui non ha contribuito neppure per 1 Euro, ché – assieme a tutti i direttori ed editorialisti - scatenò una canea contro il contributo di solidarietà del 10% sui redditi maggiori di 90.000€, che il governo Berlusconi-Tremonti intendeva deliberare, sbagliando forse apposta – come si disse allora – quello del 5% sui redditi fino a 90.000€, per farlo poi dichiarare illegittimo dalla Corte Cost., come poi avvenne); e i soliti Alesina e Giavazzi contro Mario Monti, che intendeva aumentare di 2 punti le due aliquote IRPEF maggiori, e bastò un loro editoriale sul Corrierone[ii] per riuscire a far revocare nel giro di 24 ore la decisione del governo Monti di aumentare le 2 aliquote Irpef del 41 e del 43%, nell’ambito del decreto Salva-Italia (DL 201/2011), decisione che avrebbe colpito i redditi dei ricchi e dei più abbienti. Risultato: i ricchi contribuirono pochissimo al mastodontico consolidamento fiscale, che fu addossato, dal governo Berlusconi-Tremonti-Bossi-Fini, in grandissima parte sul ceto medio (quorum ego) e perfino sui poveri, col taglio del 90% della spesa sociale dei Comuni e delle Regioni. Incredibile ma vero, è tutto spiegato e provato nel mio saggio.
[i] “Manca un discorso di verità agli italiani”. Intervista a Ferruccio De Bortoli
L'editorialista e saggista all'Huffpost: "Gli italiani credono di aver ingoiato troppa austerità. Invece, ne hanno avuta pochissima e di cattiva qualità. Io credo che se ci fosse un leader capace di dire come stanno veramente le cose i voti li prenderebbe"
By Nicola Mirenzi - 16/02/2020 11:44 CET
(ii) TROPPE TASSE E POCHI TAGLI
Caro presidente no, così non va

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi - 4 dicembre 2011


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venerdì 21 febbraio 2020

Lettera: Le BUFALE del Quotidiano del Molise (e di tutti i media) sulla Riforma delle pensioni Fornero



ALLA C.A. DEL DIRETTORE GIUSEPPE ROCCO
CC MEDIA

Lettera: Le BUFALE de Il Quotidiano del Molise sulla Riforma delle pensioni Fornero
v
15/2/2020 11:42

A  giusepperocco@quotidianomolise.it,   quotidianodelmolise.web@gmail.com     e altri 47

Traggo dal Vostro articolo Pensioni, inevitabile il ritorno della Fornero del 13 Feb 2020, scritto dall’esperta di pensioni Silvana Di Benedetto:
Citazione: “La legislazione pensionistica ha iniziato a subire notevoli e sostanziali cambiamenti, dopo che per moltissimi anni era rimasta ancorata alle disposizioni contenute nel D.P.R. n. 1092/73, con l’emanazione del D.L.vo n.503/92 (introduzione doppio sistema di calcolo).  Successivamente si sono avute più di una decina di altre Leggi (tra le più importanti la 537/93 – 724/94 – 335/95 – 449/97) prima del Decreto Legge 6/12/2011, n. 201 convertito nella Legge 214/2011 “Riforma pensionistica Monti-Fornero”, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici” che ha introdotto ulteriori e più drastiche modifiche ed integrazioni alla disciplina pensionistica nonché alla stessa struttura di base del sistema pensionistico e previdenziale italiano.
Un fulmine a ciel sereno che, dal 1/1/2012, ha sconvolto la vita di moltissimi cittadini Italiani che avevano fatto dei programmi per il loro futuro e che hanno dovuto cambiarli.”

Osservo che ci sono gravi lacune nell’elencazione delle leggi di riforma, in particolare viene omessa la severissima Riforma SACCONI, e, soprattutto, c’è l’errata attribuzione di norme pensionistiche alla Riforma Fornero.
A parziale scusante, aggiungo che la DISINFORMAZIONE sulle pensioni ha fatto in Italia 60 milioni di vittime, inclusi gli esperti e i docenti universitari di Lavoro e Previdenza, per poi diventare mondiale. La contrasto da 8 anni, sia col mio blog, sia con commenti, sia con lettere “circolari” agli autori degli strafalcioni, sia, da ultimo, con un saggio,[1] dal quale traggo i dati.
Dal 1992, le riforme delle pensioni, vale a dire modifiche strutturali e organiche delle norme pensionistiche, considerando un’unica riforma i provvedimenti varati da Sacconi nel 2010 e 2011 (oltre alla L. 102/2009, art. 22-ter), sono state sette:
Amato, Decreto Legislativo 503 del 1992; Dini, Legge 8.8.1995, n. 335; Prodi, Legge 27.12.1997, n. 449; Berlusconi/Maroni, Legge 23.8.2004, n. 243; Prodi/Damiano, Legge 27.12.1997, n. 247; Berlusconi/Sacconi, Legge 30.7.2010, n.122, Legge 15.7.2011, n. 111, Legge 14.9.2011, n. 148; e Monti-Fornero, Legge 22.12.2011, n. 214.
Va sottolineato che di esse, dunque, la Riforma Fornero è la settima e ultima (finora) e, come vedremo, a giudicare dalle norme e dagli effetti - allungamento dell’età di pensionamento e risparmio di spesa - non la più severa.
Errata attribuzione di norme pensionistiche alla Riforma Fornero
1. L’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni è stata decisa dalla Riforma Sacconi.
La Riforma Fornero non ha quasi toccato la pensione di vecchiaia, se non per l’accelerazione dell’allineamento da 60 a 65 anni delle donne del settore privato e la riduzione di 6 mesi per gli autonomi (uomini e donne);[2]
2. Relativamente alla pensione anticipata (ex anzianità, la Riforma Fornero le ha soltanto cambiato il nome), dei 2 anni e 10 mesi di aumento per gli uomini (dai 40 anni nel 2010), 1 anno e 3 mesi sono dovuti alla Riforma Sacconi; dell’anno e 10 mesi per le donne, 1 anno e 3 mesi sono stati decisi dalla Riforma Sacconi; la Riforma Fornero ha ridotto di 6 mesi l’età di pensionamento per gli autonomi (uomini e donne).[3]
3. L’adeguamento (triennale) dell’età di pensionamento alla speranza di vita e del coefficiente di trasformazione è stato introdotto dalla Riforma SACCONI, relativamente alla vecchiaia, alle “quote” (poi abolite dalla Riforma Fornero) e all’assegno sociale.[4] La Riforma Fornero lo ha soltanto esteso alla pensione anticipata e reso biennale, a decorrere dal 2022, anche se il Ragioniere dello Stato scrive erroneamente dal 2021.[5]
4. Il metodo contributivo è stato introdotto dalla Riforma Dini; la Riforma Fornero lo ha soltanto esteso, pro rata dall’.1.1.2012, a coloro che erano esclusi dalla stessa Riforma Dini, cioè coloro che, al 31.12.1995, avevano già almeno 18 anni di contributi, quindi tutti relativamente anziani e ormai già tutti o quasi in pensione.[6]
Cordiali saluti,
V.

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Note
[1] “Le menzogne sulle Riforme delle pensioni Sacconi e Fornero”, secondo volume della trilogia LE TRE PIU’ GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO https://www.amazon.it/dp/B07PVBXV98.

[2] L’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni è stata decisa dalla Riforma Sacconi:
- da 65 a 66 anni per i lavoratori dipendenti uomini o 66 anni e 6 mesi per i lavoratori autonomi uomini, mediante la “finestra” mobile di 12 o 18 mesi, che incorpora la “finestra” fissa reintrodotta dalla Riforma Damiano;[i] quindi la Riforma Fornero non c’entra.
- da 60 a 61 anni, a decorrere dal 1° gennaio 2011, e da 61 a 65 anni, a decorrere dal 1° gennaio 2012, (più «finestra» di 12 mesi) per le lavoratrici dipendenti pubbliche, per equipararle ai dipendenti pubblici uomini, a seguito della sentenza del 2008 della Corte di Giustizia UE;[ii] quindi la Riforma Fornero non c’entra.

- da 60 a 65 anni (più «finestra» di 12 o 18 mesi) per le donne del settore privato, gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l’adeguamento automatico alla speranza di vita);[iii] accelerato dalla Riforma Fornero, gradualmente entro il 2018;
- da 66 a 67 anni per TUTTI mediante l’adeguamento alla speranza di vita, introdotto dalla Riforma Sacconi;[iv] quindi la Riforma Fornero non c’entra.
[i] Riforma Damiano L. 24.12.2007, n. 247; Riforma Sacconi DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 1 a 6; DL 138/2011, L. 148/2011, art. 1, comma 21, per l’estensione al comparto della scuola e dell’università.
[ii] DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 1, modificato dal DL 78/2010, art. 12, comma 12-sexies.
[iii] DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 1, modificato dal DL 138, L. 148/2011, art. 1, comma 20.
[iv] DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 2, modificato sostanzialmente dal DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 12-bis a 12-quinquies, modificato per la decorrenza dal 2013 (quando è effettivamente decorso) dal DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 4. Finora ci sono stati 3 scatti: 3 nel 2013, +4 nel 2016, +5 mesi nel 2019 = 1 anno, dal 1.1.2019.

[3] L’età di pensionamento anticipata (ex anzianità) a 41 anni e 3 mesi è stata decisa dalla Riforma Sacconi:
- tramite la “finestra” di 12 o 18 mesi;[i]
- +1 mese per chi matura il diritto nel 2012, + 2 mesi per chi lo matura nel 2013, + 3 mesi per chi matura il diritto nel 2014);[ii] l’effetto combinato delle due misure porta l’età di pensionamento di anzianità (o anticipata) a 41 anni e 3 mesi per i dipendenti o 41 anni e 9 mesi per gli autonomi.
[i] DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, comma 2 (“finestra” di 12 o 18 mesi);
[ii] DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 22-ter.

[4] DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 2, modificato sostanzialmente dal DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 12-bis a 12-quinquies, modificato per la decorrenza dal 2013 (quando è effettivamente decorso) dal DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 4.

[5] Lettera n. 3 al Ragioniere Generale dello Stato e alla Direttrice Generale Previdenza sulla loro errata interpretazione della norma che adegua l’età di pensionamento alla speranza di vita

[6] Valga a confermarlo il risparmio di appena 200 milioni a regime stimato dalla relazione tecnica del DL 201/2011 (“salva-Italia”) per tale misura, quantificato dalla RGS, relativamente al periodo dal 2012 al 2018, in, rispettivamente, (al netto fisco) 5, 24, 39, 70, 116, 169 e 216 milioni, numeri che dimostrano la scarsissima incidenza della misura, pari ad appena l’1 per cento circa del risparmio annuo accreditato alla Riforma Fornero e destinato ad azzerarsi a brevissimo.
«Estensione del sistema contributivo pro-rata dal 1° gennaio 2012 (i valori di economia del 2018 sono sostanzialmente quelli di regime destinati a ridursi nel tempo in ragione dell'eliminazione delle pensioni interessate dalla misura).» (Relazione tecnica, pag. 46).


mercoledì 19 febbraio 2020

Lettera n. 2 all’Ufficio Affari Giuridici del Quirinale sull’errata interpretazione di RGS e DG Previdenza di norme delle Riforme Fornero e Sacconi: comunicazione dell’esito negativo




Nel febbraio e nell’ottobre 2018, avevo trasmesso via pec, per conoscenza, anche al Presidente della Repubblica le mie due Lettere alla Ragioneria Generale dello Stato e alla Direzione Generale Previdenza sulla loro errata interpretazione di norme pensionistiche relative all’adeguamento alla speranza di vita.
Si tratta di errori riportati anche in leggi approvate dal Parlamento e promulgate dal Presidente della Repubblica.
In data 4 marzo 2019, ho ricevuto la risposta di un funzionario del Segretariato Generale del Quirinale (Ufficio per gli Affari giuridici e le Relazioni costituzionali), con la quale mi ha informato che “questo Ufficio ha sottoposto quanto da Lei rappresentato al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, per l’esame di competenza”.
Gli ho dovuto, però, riscrivere, per invitarlo a scrivere direttamente ai due alti dirigenti, data la loro autonomia stabilita dalla Riforma Sacconi nellemanare il decreto direttoriale relativo alla speranza di vita.
Essi, però, hanno ripetuto l’errata interpretazione nel loro decreto direttoriale del 5 novembre 2019.
Ho allora scritto loro una terza lettera pec, e poi ho telefonato prima a RGS e al Ministero del Lavoro, ma non sono riuscito a interloquire, poi alla Direzione Generale Previdenza (il cui numero diretto compare nel suo sito). Con essa ho avuto un’interlocuzione durata quasi tre mesi, perché il funzionario incaricato della risposta era spesso assente.
In data 11 febbraio, l’ho trovato. Ma l’esito è stato una non risposta. Ne ho informato il Quirinale. Riporto il testo della mia lettera pec.

Errata interpretazione di norme pensionistiche da parte del Ragioniere Generale dello Stato e della Direttrice Generale Previdenza: esito interlocuzione con la Direzione Generale Previdenza.
mercoledì 12 febbraio 2020 - 14:30

                                       SEGRETARIATO GENERALE QUIRINALE
                                       Ufficio per gli Affari giuridici
Oggetto: Errata interpretazione di norme pensionistiche da parte del Ragioniere Generale dello Stato e della Direttrice Generale Previdenza: esito interlocuzione con la Direzione Generale Previdenza.
Egregio Dott. Ferdinando Tufarelli,
In riferimento alla Sua cortese lettera pec del 4 marzo 2019 08:45 (rif. UAG 13.3 N. 114/2018), avente ad oggetto Invio esposto a min lavoro (Prot. SGPR201903040019993), e facendo seguito alla mia lettera pec del 4 marzo 2019 17:01, in cui Le ho rappresentato l’esigenza che Codesto Segretariato Generale scrivesse direttamente anche ai due alti dirigenti, data la loro responsabilità personale stabilita dalla Riforma delle pensioni Sacconi (L. 122/2010, art. 12, comma 12-bis), mi permetto di informarLa che:
(i) Avendo il Ragioniere Generale dello Stato, di concerto con la Direzione Generale Previdenza del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ripetuto l’errata interpretazione della norma della Riforma Fornero (L. 214/2011, art. 24, comma 13) nel loro decreto direttoriale del 5 novembre 2019, ho scritto loro una terza lettera (pec).
(ii) Dopo tentativi analoghi fatti con il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali e con il Ragioniere Generale dello Stato, ho avuto per quasi tre mesi un’interlocuzione con la Direzione Generale Previdenza, ma il funzionario delegato per la risposta, il dottor Francesco Saverio Longo, che ha trovato anch’egli fondate le mie osservazioni critiche (“Lei non ha tutti i torti, ma perché nessuno se n’è accorto prima?”), purtroppo è stato spesso assente.
(iii) Gli ho ritelefonato ieri 11 febbraio: mi ha detto che la risposta era alla firma; poi, sentito il suo superiore (dottor Stefano Listanti, direttore della Divisione III), mi ha dato la seguente risposta: la sua direzione non può rispondere ad un privato cittadino e di rivolgermi all’INPS. Gli ho replicato che non ho titoli per rivolgermi all’INPS, peraltro estraneo alla questione e che si è adeguato solo successivamente alla interpretazione errata, perché io sono già in pensione, mentre l’errata interpretazione (inizio della decorrenza della periodicità biennale, deciso dalla Riforma Fornero, relativamente agli adeguamenti “successivi a quello effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019”; ed esclusione, dal calcolo, delle diminuzioni della speranza di vita, stabilita dalla Riforma Sacconi soltanto “in sede di prima applicazione”) impatterà negativamente sui pensionati futuri; e gli ho anche ribadito che le mie osservazioni erano state giudicate fondate dal Quirinale, che le aveva inoltrate, nel marzo 2019, con un esposto al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ma è stato inutile.
(iv) E poi ho comunicato alla segretaria della Direttrice Gen., dottoressa Concetta Ferrari, l’esito e le ho chiesto di riferire alla dott.ssa Ferrari che, essendo l’errore ripetuto in tutte le leggi promulgate in materia pensionistica, incluse le leggi di bilancio, non avevo altra strada che l’invio di un’altra lettera pec alla Presidenza della Repubblica, per informarla della risposta.
(v) Intendo a breve rivolgere un appello al Presidente della Repubblica per la costituzione di un Comitato di studio e contrasto della DISINFORMAZIONE, che dopo aver mietuto in Italia 60 milioni di vittime è diventata mondiale, coinvolgendo anche l’OCSE, l’FMI e premi Nobel di Economia, relativa alle Manovre correttive dei Governi Berlusconi e Monti, alle Riforme delle pensioni Sacconi e Fornero e agli obiettivi e poteri-doveri statutari della BCE, alimentata, da quasi dieci anni, da tutti gli esperti e i professori universitari e oggetto quotidiano, le prime due, degli articoli e dei dibattiti dei media.
Tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente (tranne il dott. Longo, del quale non ho l’indirizzo email) sono destinatari p.c. della presente lettera.
La ringrazio e Le invio distinti saluti,
V.

Destinatari:
ufficio.affari.giuridici@pec.quirinale.it
CC segreteriaministro@pec.lavoro.gov.it, segreteriaministro@lavoro.gov.it, mef@pec.mef.gov.it, segreteria.ministro@mef.gov.it, rgs.ragionieregenerale.coordinamento@pec.mef.gov.it, ragioniere.generale@mef.gov.it, dgprevidenza@pec.lavoro.gov.it, dgprevidenza@lavoro.gov.it, dgprevidenza.div3@pec.lavoro.gov.it, dgprevidenzadiv3@lavoro.gov.it,


Post collegato
Replica alla risposta del Quirinale sulle errate interpretazioni della Ragioneria Generale dello Stato di norme pensionistiche


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domenica 16 febbraio 2020

Lettera: Le BUFALE di UniBocconi-Il Mulino sulla Riforma delle pensioni Fornero e su Monti



Lettera: Le BUFALE di UniBocconi-Il Mulino sulla Riforma delle pensioni Fornero e su Monti.
martedì 11 febbraio 2020 - 18:55

ALLA C.A. DEL DIRETTORE EDITORIALE ANDREA ANGIOLINI
CC: PRESIDENTI SENATO E CAMERA, PDC, SEGR. GEN. QUIRINALE, MINISTRO E SOTTOSEGRETARI LAVORO E POLITICHE SOCIALI, MINISTRO E SOTTOSEGRETARI ECONOMIA E FINANZE, COMMISSIONI LAVORO E PREVIDENZA CAMERA E SENATO, COMMISSIONI FINANZE CAMERA E SENATO, SEN. MARIO MONTI, SEN. MAURIZIO SACCONI, ON. CESARE DAMIANO, PROF.SSA ELSA FORNERO, MEF, RGS, DIR. GEN. PREVIDENZA, CNEL, INPS, UPB, MEDIA, SINDACATI, ALTRI, PROF. VINCENZO GALASSO

Un anno fa, Vi proposi la pubblicazione del mio modestissimo saggio LE TRE PIU’ GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO, che, al di là di ogni ragionevole dubbio, al capitolo 1 fa chiarezza sulla BUFALA (mondiale) relativa al Governo Monti; al capitolo 2 sulla BUFALA (mondiale) relativa alla Riforma Fornero; e al capitolo 3 sulla BUFALA (mondiale) relativa agli obiettivi e ai poteri-doveri statutari della BCE. La mia richiesta non fu accolta. Forse per limiti stilistici del mio libro, in parte voluti e mantenuti (l’ho appena revisionato), dato il suo carattere di libro-diario-denuncia. Ma, spero, non per il contenuto, che è oggettivamente straordinario, letteralmente eccezionale, considerato che vittime delle tre BUFALE sono 60 milioni di Italiani, inclusi gli esperti e i docenti universitari di Economia o Lavoro e Previdenza, oltre all’estero, inclusi OCSE, FMI e premi Nobel di Economia. Un vero caso di scuola.
In questo documento di Unibocconi sulle pensioni (l’autore dovrebbe essere Vincenzo Galasso, con S. Patriarca), tratto da un libro pubblicato da Voi de Il Mulino nel 2018, (i) viene ascritto al Governo Monti l’inizio del percorso del consolidamento fiscale (PRIMA PIU’ GRANDE BUFALA), e (ii) non viene mai menzionata la severa Riforma Sacconi e, quel che più rileva, quasi tutte le sue misure (escluso l’adeguamento alla speranza di vita) vengono attribuite – come peraltro fanno TUTTI - alla Riforma Fornero (SECONDA PIU’ GRANDE BUFALA). Esso è un compendio esemplificativo della DISINFORMAZIONE (mondiale) sui due temi, che io contrasto da quasi un decennio. E Voi lo avete pubblicato. Se Vi può consolare, questo infortunio editoriale Vi accomuna a tutte le altre case editrici che hanno pubblicato libri sullo stesso tema.
Come scrivo nel mio saggio “A mio giudizio, formulato su base empirica, la materia pensionistica va distinta in due branche: (i) la legislazione e (ii) la spesa. Se è relativamente facile, per un docente universitario o un giornalista, analizzare e scrivere della spesa pensionistica, quasi nessuno si sobbarca al gravoso lavoro di studiare la complessa normativa pensionistica. Ma, ciononostante, tutti si sentono in grado di trattarla”.
Ho diviso il documento in parti e a ciascuna ho aggiunto il mio commento critico, con i riferimenti legislativi. Vi prego di considerare che la fonte principale per il mio saggio (relativamente a Le Prime Due Più Grandi Bufale), oltre alla normativa, sono stati gli ottimi e dettagliati dossier del Servizio Studi della Camera dei Deputati (o del Senato).

XIII.
Le pensioni

Nel 2009, il governo Berlusconi ha introdotto un meccanismo automatico di incremento dell’età di pensionamento (rivisto poi nel 2010) in relazione agli incrementi della speranza di vita, che ha prodotto, nei fatti, un aumento di 12 mesi nell’accesso alla pensione.
Vero. Dalla Riforma SACCONI, col DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 2, modificato sostanzialmente col DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 12-bis a 12-quinquies, modificato per la decorrenza dal 2013 (quando è effettivamente decorso) col DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 4. Finora ci sono stati tre scatti: 3 mesi nel 2013, +4 nel 2016, +5 nel 2019 = 1 anno, portando l’età di pensionamento a 67 anni per tutti dal 1.1.2019.

In questo processo «bipartisan», iniziato con governi tecnici
Sì, Amato, 1992, e Dini, 1995, ma prevalentemente di Centrosinistra.

e proseguito dal centro-destra
No, dal Centrosinistra (Prodi, 1997); poi dal Centrodestra (Maroni, 2004); e successivamente dal Centrosinistra (Damiano, 2007). Quindi, fino al 2007, l’apporto riformatore prevalente è stato acquisito con il voto parlamentare del centrosinistra.

si innesta la riforma Fornero-Monti del 2011, resasi necessaria per porre il paese sul sentiero del consolidamento fiscale e del rientro del debito pubblico.
Triplamente falso. (i) Ha saltato la ben più severa Riforma SACCONI, le cui misure, infatti, vengono erroneamente attribuite alla Riforma Fornero (Seconda Più Grande Bufala). (ii) Il pesante consolidamento fiscale era stato già attuato, per 4/5, in maniera scandalosamente iniqua, dal Governo Berlusconi (2008-2011); il Governo Monti ha soltanto completato l’opera nella misura di 1/5 (Prima Più Grande Bufala). E (iii) il risparmio al 2060 (delle 4 riforme dal 2004, stimato da RGS in 1.000 mld) della Riforma SACCONI è (forse) quasi il doppio di quello della Riforma Fornero.

L’Unione europea, nell’estate del 2011, aveva auspicato un significativo intervento in materia previdenziale, volto ad aumentare i requisiti minimi di accesso, nel caso di pensionamento anticipato, e l’età minima, nel caso di pensionamento di vecchiaia.
Falso. La prima manovra correttiva, dopo la crisi della Grecia, è stata il DL 78 del 31.05.2010, e il primo “significativo intervento in materia previdenziale”, su richiesta dell’UE, è stato la severa Riforma SACCONI (DL 78/2010, art. 12). Poi, modificata e integrata dal DL 98 del 6.07.2011, art. 18, e, dopo la famosa e irrituale lettera del 5.08.2011 della BCE, dal DL 138 del 13.08.2011, art. 1, commi da 20 a 23.

Con l’intervento del 2011, l’età di pensionamento di vecchiaia per gli uomini è stata immediatamente alzata a 66 anni.
Falso. Era stata già alzata a 66 anni o 66 anni e mezzo dalla Riforma SACCONI un anno e mezzo prima, mediante la “finestra” mobile (differimento dell’erogazione), di 12 mesi per i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi, che incorporava la “finestra” fissa mediamente di 4 mesi della Riforma Damiano (L. 24.12.2007, n. 247); Riforma Sacconi: DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 1 a 6; DL 138/2011, L. 148/2011, art. 1, comma 21, per l’estensione al comparto della scuola e dell’università). La Riforma Fornero si è limitata, opportunamente, ad abolire la “finestra” (L. 214/2011, art. 24, comma 5), uniformata a 12 mesi per gli autonomi (quindi ridotta di 6 mesi), e contestualmente ad incorporarla nell’età base, sia per la vecchiaia (comma 6) che per l’anticipata (comma 10). Segnalo che, al riguardo, posso anche fornire la mia… testimonianza diretta, essendo stato una delle vittime dell’allungamento deciso da SACCONI il 31 maggio 2010 con la “finestra”; e aggiungo che la stessa professoressa Fornero lamenta nel suo libro del 2018 (pubblicato da Università Bocconi Editore), e da me analizzato criticamente nel mio saggio, l’errata attribuzione a lei.

mentre per le donne è aumentata in maniera rilevante per allinearsi a quella degli uomini nel 2018 (66 anni e sette mesi).
Falso per 3/4. Aveva già provveduto la Riforma SACCONI, sia per le dipendenti pubbliche: da 60 a 61 anni, a decorrere dal 1° gennaio 2011, e da 61 a 65 anni, a decorrere dal 1° gennaio 2012, a seguito della sentenza della Corte di Giustizia UE del 2008 (DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 1, modificato dal DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, comma 12-sexies), più «finestra» di 12 mesi; sia per le donne del settore privato: da 60 a 65 anni, più «finestra» di 12 o 18 mesi, gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l’adeguamento automatico alla speranza di vita); accelerato dalla Riforma Fornero, gradualmente entro il 2018 (L. 214/2011, art. 24, comma 6);

L’indicizzazione dell’età di pensionamento alla speranza di vita [e dei coefficienti di trasformazione, ndr] è stata resa biennale.
Vero, ma relativamente a “Gli adeguamenti agli incrementi della speranza di vita successivi a quello effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019”, cioè a decorrere dal 2022, anche se il Ragioniere Generale dello Stato, di concerto con la Direttrice Generale Previdenza, ha interpretato la norma in maniera manifestamente errata (L. 214/2011, art. 24, comma 13). Gliel’ho contestato per iscritto due volte, inviandola p.c. anche al PdR. In merito, ho ricevuto, in data 5 marzo 2019, la risposta del Segretariato Gen. del Quirinale, che ha ritenuto fondate le mie osservazioni critiche e le ha inoltrate al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ma i due alti dirigenti hanno ripetuto la loro interpretazione manifestamente errata nel loro decreto direttoriale del 5 novembre 2019. Ho scritto loro una terza lettera (pec).  Ho in corso da quasi 3 mesi un’interlocuzione con la Direzione Generale Previdenza, ma il funzionario delegato per la risposta, che ha trovato anch’egli fondate le mie osservazioni critiche, purtroppo è stato assente. Gli ho ritelefonato in data odierna, mi ha detto che la risposta era alla firma; poi, sentito il suo superiore, mi ha dato una risposta surreale: la sua direzione non può rispondere ad un privato cittadino e di rivolgermi all’INPS. Gli ho replicato che non ho titoli per rivolgermi all’INPS, perché sono già in pensione, mentre l’errata interpretazione (inizio della decorrenza della periodicità biennale ed esclusione, dal calcolo, delle diminuzioni della speranza di vita) impatterà negativamente sui pensionati futuri; e gli ho ribadito che le mie osservazioni erano state giudicate fondate dal Quirinale, che le aveva inoltrate, nel marzo 2019, al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (Ministro Di Maio). Inutilmente. E poi ho riferito alla segretaria della Direttrice Gen., dottoressa Ferrari (destinataria p.c. anche di questa lettera), lesito e che, essendo l’errore ripetuto in tutte le leggi promulgate in materia pensionistica, incluse le leggi di bilancio, non ho altra strada che l’invio di un’altra lettera pec, questa volta direttamente al Presidente della Repubblica, per informarlo della risposta, e chiedergli anche di sollecitare un Comitato di studio contro queste tre BUFALE mondiali, alimentate da tutti e oggetto quotidiano degli articoli e dei dibattiti dei media. Comunque, che burocrazia, abbiamo! Somiglia a quella russa di Gogol.

ed è stato introdotto un limite minimo di 67 anni per il 2021.
La cosiddetta clausola di salvaguardia (DL 201/2011, L. 214/2011, art. 24, comma 9) è affatto superflua, poiché a 67 anni si è già arrivati nel 2019, per effetto della Riforma SACCONI (adeguamento alla speranza di vita). E i lavoratori autonomi (maschi) vi si erano già avvicinati nel 2010 con 66 anni e 6 mesi dall’1.1.2011.

Ma la riforma ha aumentato sostanzialmente soprattutto i requisiti per accedere alle pensioni di anzianità, alzando il limite a 42 anni di contributi (41 per le donne).
Falso in gran parte. Relativamente alla pensione anticipata, dei 2 anni e 10 mesi di aumento per gli uomini (dai 40 anni nel 2010), 1 anno e 3 mesi sono dovuti alla Riforma Sacconi, 1 anno e 7 mesi alla Riforma Fornero (più la riduzione di 6 mesi per gli autonomi); dell’anno e 10 mesi per le donne, 1 anno e 3 mesi sono stati decisi dalla Riforma Sacconi (DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, comma 2 per la “finestra” di 12 o 18 mesi; DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 22-ter (+ 1 mese per chi matura il diritto nel 2012, + 2 mesi per chi lo matura nel 2013, + 3 mesi per chi matura il diritto nel 2014), soltanto 7 mesi dalla Riforma Fornero (più la riduzione di 6 mesi per le autonome); l’effetto combinato delle due misure della Riforma SACCONI ha portato l’età di pensionamento di anzianità (o anticipata) a 41 anni e 3 mesi per i dipendenti o 41 anni e 9 mesi per gli autonomi, poi ridotti a 41 anni e 3 mesi dalla Riforma Fornero, sia per gli uomini che per le donne.

Inoltre il calcolo contributivo è stato esteso pro-quota ai lavoratori di tutti i regimi.
Vero, ma questa – detto in generale - è forse la BUFALA più clamorosa diffusa da tutti sulla Riforma Fornero (ché avrebbe salvato i conti pensionistici), poiché i lavoratori interessati dalla misura (cioè coloro che avendo, al 31.12.1995, almeno 18 anni di contributi furono esclusi dalla stessa Riforma Dini) sono tutti relativamente anziani e ormai tutti o quasi tutti già in pensione. Infatti, il pro-quota contributivo – come risulta già dalla relazione tecnica del 2011 - ha dato un risparmio molto esiguo, pari ad appena 200 milioni a regime (2018), destinato a sparire a brevissimo.

Per il sistema contributivo, si è ripristinata una fascia di flessibilità in uscita a partire dai 63 anni, ma solo per i lavoratori con una pensione superiore a circa 1.400 euro. Per l’accesso alle pensioni di vecchiaia a 66 anni (nel 2011) sono stati richiesti 20 anni di contributi ed una pensione di importo superiore ad 1,5 volte la prestazione minima; in caso contrario, l’età di pensionamento sale a 70 anni.

Tutti i limiti di età sono legati alla speranza di vita e quindi già dal 2019 l’età di pensionamento di vecchiaia sarà di 67 anni e l’anzianità contributiva per accedere alle pensioni di anzianità sarà di 43 anni e tre mesi per gli uomini (42 e due mesi per le donne). Malgrado questa lunga stagione di riforme, il dualismo tra pensioni di anzianità e vecchiaia persiste. Delle quasi 233 mila pensioni erogate nel 2016, più della metà rimangono pensioni di anzianità di un importo medio pari a 1.890 euro, erogate a lavoratori con un’età media di 60 anni e mezzo, contro pensioni di vecchiaia con un importo medio di soli 725 euro erogate a lavoratori con un’età media di 66 anni e mezzo. 155 Ma forse il dato che più esprime questo dualismo è la differenza tra la spesa in pensioni di anzianità e vecchiaia. Negli ultimi 20 anni, a fronte di un numero quasi uguale di nuove pensioni di anzianità e vecchiaia (3 milioni e mezzo per ogni tipologia), la spesa è stata di 64 miliardi di euro per le pensioni di anzianità e di 25 miliardi di euro per quelle di vecchiaia.
Strano, no, che la Riforma Fornero, decisa per ridurre le pensioni anticipate (ex anzianità), adempiendo la richiesta della famosa lettera del 5.08.2011 della BCE, abbia prodotto l’effetto contrario? Ed invece è una logica conseguenza dell’inasprimento del limite di età del pensionamento di vecchiaia a 67 anni (e poi oltre), benchmark in UE (e in parte del pensionamento anticipato, sul quale ci sono le pressioni maggiori di modifica, si veda, ad esempio, Quota100 o il congelamento fino al 2026 dell’adeguamento alla speranza di vita o l’invocata Quota41, impossibile da ottenere senza modificare anche la Riforma SACCONI). Inasprimento deciso dalla ben più severa Riforma SACCONI.
In conclusione, rilevo che la spesa pensionistica italiana – la seconda più alta in ambito OCSE – include 90 miliardi di voci spurie: 10-15 mld di TFR; 20-25 mld di assistenza; e, soprattutto, 58 mld di imposte (le più alte in ambito OCSE), pari al 3,3% del Pil, che sono una partita di giro e perciò hanno un impatto nullo sulla spesa, come è confermato dall’ammontare netto di 183 mld pagato dall’INPS nel 2018; al netto, il rapporto spesa pensionistica/Pil scende al 10,5%, ben lontano dal 15-16% ufficiale.
Cordiali saluti,