sabato 29 ottobre 2016

Pomodoro “San Marzano”, quando coloro che dovevano tutelarlo lo affossarono




La falsa polemica sul San Marzano
I campani hanno perso da tempo la loro tutela. Restano solo le lobby agricole a battersi contro l'Europa e i mulini a vento. E una parte della politica a dar loro una mano.
Far nulla è spesso difficile, perché richiede di essere presenti e decidere di non agire. Il concetto, elaborato dall'artista britannico Robert Fripp, spiega perché qui sotto c'è un articolo scritto da un altro giornalista. E' un pezzo costruito da Angelo di Mambro e apparso sull'Informatore Agrario. E' fatto talmente bene che sarebbe stato inutile riscriverlo daccapo. Spiega perché il primato del pomodoro San Marzano campano è perso da tempo. E perché l'energia messa nella polemica da Coldiretti e simili dovrebbe essere più saggiamente rivolta altrove.

Nell’articolo qui sopra, assieme a qualche inesattezza, ci sono alcune scomode verità.
A togliere il sapore ai pomodori, come nel caso dei pomodori belgi, ci ha già pensato la ricerca, che per conto delle grandi multinazionali o degli industriali locali ha "inventato" e apprestato gli ibridi.
Come successe, per fare l'esempio massimo, negli anni '80 del secolo scorso, con Sua Maestà il pomodoro “San Marzano”,[1] da parte in primo luogo di Cirio, De Rica, ecc., che avevano l'esigenza, per concentrare temporalmente i volumi prodotti, di disporre di un tipo di pomodoro con maggiore consistenza e che maturasse nell'arco di 40 giorni; e la complicità fattiva dei cosiddetti Consorzi di valorizzazione e tutela del "San Marzano", i quali, anziché tutelare il prodotto, lo affossarono. Perché il "San Marzano", che si distingueva per l’ottimo sapore e la salubrità della modalità di coltivazione (non a terra), comportava anche alcune caratteristiche poco confacenti alle esigenze delle industrie trasformatrici.
Le caratteristiche e le tecniche di produzione del “S. Marzano” sono:
- la coltivazione su sostegno (cioè su un paletto); perciò richiede(va)
- molta manodopera, sia in fase di piantagione, che di allevamento che di raccolta; è quindi
- più costoso, rispetto a quelli coltivati a terra;
- è soggetto ad ammalarsi;
- è di consistenza scarsa (per un basso tenore di peptina), per cui va presto messo in lavorazione dopo la raccolta (per rendersene conto, bastava vedere i pomodori ammassati nei cassoni che colavano succo, sui camion in fila per diverse ore, sotto il sole estivo, davanti alle fabbriche in attesa del loro turno di entrata);
- ha una maturazione scalare, cioè i frutti non maturano in un breve periodo, ma differenziati nell'arco di 3-4 mesi; infine, last but not least,
- subiva la concorrenza sleale di varietà somiglianti nella forma ma di qualità decisamente inferiore, che, a causa della complicità dei Consorzi di tutela e dei contadini associati, ne usurpa(va)no il nome (e i contributi dell'allora CEE).
Il “San Marzano”, infatti, fu condannato a morte dai suoi stessi produttori e protettori, a favore della varietà ibrida “Roma” e degli ibridi americani (Ipeel, Mac1, Mac2, Mac3, ecc.).
Successivamente, la Regione Campania lo ha recuperato, difeso con il marchio DOP e distribuito ad alcune aziende agricole, che lo coltivano e lo producono.
*
Il comparto del pomodoro “S. Marzano” attirava appetiti di vario genere, da quelli dei vari portatori d’interessi economico-finanziari, in primo luogo gli industriali nazionali e locali dediti alla trasformazione del pomodoro, a quelli delle categorie, a quelli politici, a quelli criminali della Camorra, che erano cointeressati nell’attività agricola, industriale e commerciale locale e talvolta di controllo delle maestranze per conto degli industriali.
Il regolamento CEE prevedeva che, per avere diritto ai contributi CEE, l’azienda agricola dovesse costituirsi in Società cooperativa. Ma, come al solito, fatta la legge trovato l’inganno: nel Comune di San Marzano, su 30 cooperative agricole, soltanto 3 erano di veri contadini, le altre 27 erano state costituite ed erano controllate da commercianti, che si avvalevano di prestanome.
Contrariamente a ciò che viene sostenuto nell’articolo de La Stampa, la Zona tipica era ben delimitata già allora (io ho avuto tra le mani e utilizzato per un’importante iniziativa sul pomodoro “San Marzano” un lucido che la rappresentava, predisposto dalla Facoltà di Agraria di Portici[2]), anche se, su pressioni politiche, la Regione aveva incluso – se ricordo bene - persino qualche Comune delle province di Caserta ed Avellino.
Naturalmente, occorreva che i controlli fossero i più laschi ed inefficaci possibile.
I contadini, con le loro aziende cooperative, erano associati ai Consorzi di tutela. Ce n’era uno per ogni partito politico. Quello di gran lunga più grosso era il CONCOSA, patrocinato dalla DC, con sede a Nocera Inferiore (SA), che raggruppava quasi il 90% dei produttori. Poi veniva l’AOSA, di area PCI. Ed infine alcune Associazioni di produttori, sparse per il resto della provincia di Salerno, soprattutto; per inciso, il presidente di una di queste fu arrestato per una truffa legata al pomodoro.
La COLDIRETTI,[3] la principale Organizzazione degli imprenditori agricoli a livello nazionale, di area DC,[4] tirava le fila. Ed esercitava il suo potere di lobbing sui politici regionali (la Regione Campania era governata dalla Democrazia Cristiana e suoi alleati del pentapartito), da una parte, e sugli imprenditori agricoli, dall’altra, anche ricorrendo (ho raccolto personalmente al riguardo le testimonianze di tre coltivatori diretti) a pressioni indebite e vere e proprie minacce fisiche sui coltivatori ancora legati sentimentalmente al pomodoro “S. Marzano” verace. Nei vari organismi, anche comunali, che venivano costituiti per gestire le varie iniziative sul pomodoro, era sempre presente almeno un rappresentante della COLDIRETTI, messo lì apposta per frenare, controllare, riferire ai suoi capi.
Ci furono alcuni tentativi di ottenere il riconoscimento DOC,[5] ma fallirono tutti, poiché i soggetti forti erano contrari a regolamentare il settore con il disciplinare di produzione che il marchio DOC (ora DOP) comporta e ad accettare le limitazioni ed i controlli conseguenti.
Io, che non c’entravo per niente col settore, profano della materia, dopo aver ascoltato casualmente per radio o tv, nel mese di marzo del 1985, la notizia che l’assessore regionale all’Agricoltura, Armando De Rosa, intendeva realizzare il marchio DOC per il pomodoro “S. Marzano”, ne parlai con un amico assessore comunale di un Comune della Zona tipica, che cascò dalle nuvole, e proposi, e mi impegnai in essa, un’iniziativa dal basso di cittadini. Che piano piano, coinvolgendo esponenti politici locali e dell’Università e della ricerca, riuscì a farsi strada nello scetticismo quasi generale.
Racconto ora per la prima volta questo aneddoto che ha dell’incredibile. Un giorno, nel corso del lavoro organizzativo, fui invitato personalmente, per il tramite ed accompagnato da un suo giovane funzionario, ad un incontro presso la sede del CONCOSA di Nocera (rammento ancora oggi che era un lunedì mattina), durante il quale il giovane direttore dello stesso, che aveva il compito istituzionale di tutelare e valorizzare il pomodoro “S. Marzano” - e veniva pagato per questo -, sbandierandolo ad arte in documenti, opuscoli, interviste ed interventi pubblici a beneficio dell’opinione pubblica ignara, mi propose di partecipare ad un giro di visite congiunte, da effettuarsi il successivo mercoledì, presso i produttori agricoli del pomodoro “San Marzano”, appartenenti sia al CONCOSA che all’AOSA – tenne a precisare -, per verificare direttamente il loro scarsissimo interesse a continuare a coltivare il “San Marzano”, per sostituirlo con le varietà ibride, come richiesto prima dalla Cirio e poi dagli altri industriali di trasformazione. Io ritenni l’invito talmente assurdo che pensai di considerarlo come non avvenuto e, albergando allora un forte sentimento di discrezione, non ne feci menzione a nessuno, ed è ora la prima volta che lo rendo pubblico.
Da quel momento, il CONCOSA moltiplicò la sua azione di boicottaggio dell’iniziativa importante che stavamo organizzando.
Che grazie al nostro impegno si poté svolgere, invece, con pieno successo, anche se con molto ritardo rispetto al programma - soltanto nella seconda metà del mese di ottobre, a campagna del pomodoro “San Marzano” ormai abbondantemente esaurita -, a causa della solita crisi politica della Giunta regionale campana, dopo che avvenne finalmente la nomina del nuovo assessore regionale dc all’Agricoltura, Alfredo Vito, il famoso Mister Centomila preferenze,[6] poi condannato per Tangentopoli, subentrato all’assessore dc all’Agricoltura Armando De Rosa, anch’egli poi condannato per Tangentopoli.[7] Che, su nostro invito, partecipò al convegno da noi organizzato, la domenica mattina, nel terzo ed ultimo dei tre giorni in cui si dispiegò l’iniziativa, e che vide anche la partecipazione del ministro socialista salernitano Carmelo Conte e di rappresentanti del mondo politico regionale (il presidente della Terza Commissione Agricoltura della Regione Campania) e locali (tra i quali Isaia Sales, del PCI[8]), accademico (il prof. Luigi Monti, ordinario della Facoltà di Agraria dell’Università di Portici[9]) e della ricerca (il prof. Sergio Porcelli, direttore dell’Istituto sperimentale di ricerca di Pontecagnano[10]), con un parterre affollato di rappresentanti delle varie categorie, ma quasi disertato dalla categoria più coinvolta, quella dei contadini. Moderatore del dibattito (ma in effetti vi fu una successione di interventi) fu Carmine Nardone, futuro presidente della Provincia di Benevento[11].
In qualità di coordinatore del Comitato di cittadini, io svolsi la relazione introduttiva, che, a giudicare dai riscontri successivi sia dei presenti che dei media (“Il Mattino”, una tv e un paio di giornali locali) fu apprezzata molto, in particolare per il taglio concreto, la denuncia schietta delle “anomalie” del comparto, la dimostrazione con dati alla mano che la crisi da sovrapproduzione dei pomodori non era imputabile al “San Marzano”, che i suoi difetti intrinseci (scarsa consistenza e vulnerabilità alle malattie), cosa confermata dai relatori tecnici, potevano essere superati con adeguati interventi (selezione massale o ibridazione), la proposta di un piano triennale, denominato “Progetto ‘88”, che includeva l’abbozzo di un piano di marketing, che, poggiando sulla notorietà mondiale già conquistata dal prodotto e sulla scelta di una strategia di differenziazione, sfruttasse i punti di forza del pomodoro “S. Marzano” per posizionarsi nella fascia alta di mercato per prezzo/qualità e rendesse sostenibile e profittevole un pomodoro caratterizzato, a causa delle tecniche colturali, da un costo di produzione elevato. Ma quella fu l’unica soddisfazione per me.
Infatti, non ci furono gli effetti sperati. Anzi, con quei funzionari felloni, che tradivano scandalosamente la loro missione, e quei rappresentanti politici, preoccupati più della loro carriera politica che del bene dell’agricoltura e di salvaguardare un prodotto tipico campano ottimo e già noto in tutto il mondo, i cui produttori (che erano anche elettori) erano i primi nemici, era inevitabile che il pomodoro “San Marzano” cadesse vittima dei piani di sostituzione orchestrati dagli industriali e che venisse sostituito da pomodori ibridi insipidi, ma somiglianti e più pesanti, che arricchivano così più facilmente le fameliche borse degli attori in campo rimpinguate dai contributi europei.
La Regione Campania, fortunatamente, dopo qualche anno lo ha recuperato, rilanciato e difeso con la DOP, affidandone la produzione a coltivatori selezionati,[12] per la fortuna dei buongustai e degli chef rinomati, italiani ed internazionali, che ne apprezzano le grandi qualità.

Note
[1] Pomodoro “San Marzano”

[2] Dipartimento di Agraria dell’Università “Federico II” di Napoli http://www.dipartimentodiagraria.unina.it/ 

[3] Coldiretti http://www.coldiretti.it/


[5] Allora, non esisteva la DOP




[9] Cercando in rete il nome del prof. Monti, ho trovato (oggi, 29.10.2016) questa notizia corredata con il suo curriculum, e mi sono almeno un po’ spiegato il comportamento, che allora mi apparve un po’ strano, del suo assistente che ci fornì inizialmente un aiuto per la nostra iniziativa sul pomodoro “San Marzano” (ad esempio, ci fornì il lucido che rappresentava la Zona tipica), ma poi ad un certo punto (quando la cosa si stava concretizzando e nella direzione di un suo recupero e valorizzazione) smise di farlo, con la motivazione che la sua ricerca si era indirizzata verso la patata. Ricordo che partecipò come spettatore al convegno (presumo abbia accompagnato il prof. Monti), ma quando, vistolo seduto in una poltroncina del cinema-teatro in cui si svolse il convegno, mi avvicinai e lo salutai, né si congratulò con me per l’esito dell’iniziativa, né mi sembrò particolarmente contento. E rilevai anche la contraddizione tra il suo comportamento ed il successivo intervento del prof. Monti, che, secondo il programma da me suggerito al moderatore, intervenne subito dopo di me per fare preliminarmente il punto, assieme al prof. Porcelli, sullo stato dell’arte della ricerca sul pomodoro, sostenne che il pomodoro “S. Marzano” andava valorizzato, migliorando tramite la ricerca i suoi punti deboli (la scarsa consistenza e la vulnerabilità alle malattie).
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Luigi Monti Curriculum vitae
Ho trovato anche questo post, più ampio:

[10] Centro di ricerca per l’orticoltura


[12] Pomodoro San Marzano dell'Agro Sarnese-nocerino DOP  


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